giovedì 25 luglio 2013

I.M.U.: cappio al collo od opportunità?







La cronaca di queste ultime ore ha portato nuovamente in primo piano la questione dell’I.M.U., che vede il Governo quasi ossessivamente impegnato nella ricerca della copertura necessaria per la cancellazione dell’imposta, obbligato – in questo senso – dai proclami e dalle minacce del PdL che il PD non riesce [e, forse, non ne ha nemmeno intenzione] a fermare.

Ma perché mai sarebbe un male eliminare – o quantomeno fortemente ridurre – l’imposta sugli immobili?

Anzitutto, bisogna partire da un dato storico.
Lungi dall’avallare un criterio che richiami alla secolare tradizione per giustificare i comportamenti di oggi, non si può fare a meno di considerare come l’imposizione fiscale sulla proprietà immobiliare [comprendente, dunque, sia i terreni sia quel che eventualmente vi è costruito sopra] non sia una novità degli ultimi decenni. Già antiche [e prosperose] civiltà, come quelle Cinese e Greca, avevano imposizioni sugli immobili.
Nell’Inghilterra dell’undicesimo secolo dopo Cristo vigeva una tassa, imposta da Guglielmo il Conquistatore, che gravava sui beni iscritti nel cd. Domesday Book, versione semplificata del Catasto, in cui era registrata la proprietà di ogni singolo appezzamento di terra.
Pure nei moderni Stati Uniti d’America esiste una tassazione sulle proprietà, in vigore – a livello federale – dal 1913.

È possibile, dunque, che in migliaia di anni di Storia ed a latitudini [e culture] completamente diverse, si sia sempre sbagliato? Oppure, magari, tassare la proprietà immobiliare non è poi così dannoso?

In effetti, tassare terreni e proprietà immobiliari è una delle modalità più efficienti e meno discorsive in mano ai Governi per raccogliere denaro.
In particolare, avendo riguardo alla tutela dello sviluppo e volendo ridurre al minimo i rischi di deprimere il mercato per via di una nuova imposta, la soluzione migliore sarebbe quella di un’imposizione fiscale gravante direttamente sui terreni, indipendentemente da quanto possa eventualmente esserci costruito sopra. Un’imposta sui terreni, piuttosto che deprimere il mercato, incoraggerebbe un uso economicamente efficiente dei terreni, perché [quasi] nessuno accetterebbe di mantenere inutilizzate o, peggio, abbandonate, aree sulle quali grava un’imposta.

Un’imposta che colpisce anche il valore delle costruzioni, invece, ha certamente un impatto più importante, essendo – di fatto – un prelievo sugli investimenti sulla proprietà. In ogni caso, però, anche così concepita avrebbe effetti molto meno negativi di quelli causati dalle imposte sul lavoro e sul reddito.

E qui sta il punto. Perché mai bisognerebbe affannarsi tanto nel ricercare risorse da destinare all’eliminazione di un’imposta poco dannosa per l’economia del Paese, sacrificandole sull’altare di una sbagliata promessa elettorale, quando invece si potrebbe impiegare il frutto [in denari] di tale faticosa ricerca per diminuire, se non abbattere, la pressione fiscale sul lavoro?

In Italia, oltretutto, il livello di imposte raccolto attraverso l’I.M.U., in rapporto al Prodotto Interno Lordo, si attesta al 2%, centrando perfettamente il livello medio dei Paesi in via di sviluppo secondo le risultanze del nuovo studio condotto da JohnNorregard del Fondo Monetario Internazionale [per quanto riguarda i Paesi sviluppati, invece, la percentuale media è del 5%, secondo il medesimo studio.]

[fonte dell’immagine: The Economist]
Sarebbe, forse, meglio lasciare intatta l’I.M.U. [che, nel 2012, è costata meno di 400€ per oltre l’85% dei contribuenti secondo i dati del Dipartimento delle Finanze] e pensare a diminuire di 4-5 miliardi di euro le tasse sul lavoro. Magari, solo quelle sul lavoro dei giovani, così da rendere più importante ed effettivo l’investimento. Tutto questo, spiegando ai cittadini il perché della scelta, senza cercare di ottenerne l’approvazione [ed il voto] proponendo soluzioni dannose per il Paese e per la Comunità di cittadini che lo compone, parlando solo alla loro pancia.


Magari, così, quei 400 € di spesa per l’I.M.U. verrebbero ripagati da un lavoro per il proprio figlio, o per sé, cosa che – pare chiaro – varrebbe molto ma molto di più.




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

lunedì 22 luglio 2013

Quel che non ammazza..



Sì, Candido e il Politico è sparito per un po'.

E' sparito ma non per sempre!

I vostri due Candidi, Angelo e Massimo, sono "semplicemente" stati travolti dagli impegni dell'inizio dell'estate, concretizzatisi in lavoro, lavoro, lavoro [e chi lavora - anche di straforo - nell'ambito legale sa cosa significhi, per noi, "luglio"!] per l'uno e studiomattoedisperatissimo per completare la tesi e laurearsi per l'altro!

Ora, però, i Demoni dell'Inferno sembrano essere tornati a più miti temperature e, dunque, noi torniamo al nostro blog!


Prima di una bella e meritata pausa d'agosto, infatti, non vogliamo lasciarvi senza qualche altro nostro articolo noiosissimo, pesantissimo e cocciutamente ottimista [ma non troppo!].