La cronaca di queste ultime ore
ha portato nuovamente in primo piano la questione dell’I.M.U., che vede il Governo quasi ossessivamente impegnato nella
ricerca della copertura necessaria per la cancellazione dell’imposta, obbligato – in questo senso – dai proclami e dalle minacce del PdL che il PD non riesce [e, forse, non ne ha nemmeno
intenzione] a fermare.
Ma perché mai sarebbe un male
eliminare – o quantomeno fortemente ridurre – l’imposta sugli immobili?
Anzitutto, bisogna partire da un dato storico.
Lungi dall’avallare un criterio
che richiami alla secolare tradizione per giustificare i comportamenti di oggi,
non si può fare a meno di considerare come l’imposizione fiscale sulla
proprietà immobiliare [comprendente, dunque, sia i terreni sia quel che
eventualmente vi è costruito sopra] non sia una novità degli ultimi decenni. Già antiche [e prosperose] civiltà, come quelle Cinese e Greca, avevano imposizioni sugli immobili.
Nell’Inghilterra dell’undicesimo secolo dopo Cristo vigeva una tassa,
imposta da Guglielmo il Conquistatore, che gravava sui beni iscritti nel cd. Domesday Book, versione semplificata del
Catasto, in cui era registrata la proprietà di ogni singolo appezzamento di
terra.
Pure nei moderni Stati Uniti d’America esiste una
tassazione sulle proprietà, in vigore – a livello federale – dal 1913.
È possibile, dunque, che in migliaia di anni di Storia ed a
latitudini [e culture] completamente diverse, si sia sempre sbagliato? Oppure, magari, tassare la proprietà
immobiliare non è poi così dannoso?
In effetti, tassare terreni e
proprietà immobiliari è una delle modalità
più efficienti e meno discorsive in mano ai Governi per raccogliere denaro.
In particolare, avendo riguardo
alla tutela dello sviluppo e volendo ridurre al minimo i rischi di deprimere il
mercato per via di una nuova imposta, la soluzione migliore sarebbe quella di un’imposizione fiscale gravante
direttamente sui terreni, indipendentemente da quanto possa eventualmente
esserci costruito sopra. Un’imposta sui terreni, piuttosto che deprimere il
mercato, incoraggerebbe un uso
economicamente efficiente dei terreni, perché [quasi] nessuno accetterebbe
di mantenere inutilizzate o, peggio, abbandonate, aree sulle quali grava
un’imposta.
Un’imposta che colpisce anche il
valore delle costruzioni, invece, ha certamente un impatto più importante,
essendo – di fatto – un prelievo sugli investimenti sulla proprietà. In ogni
caso, però, anche così concepita avrebbe effetti
molto meno negativi di quelli causati dalle imposte sul lavoro e sul reddito.
E qui sta il punto. Perché mai
bisognerebbe affannarsi tanto nel
ricercare risorse da destinare all’eliminazione di un’imposta poco dannosa per
l’economia del Paese, sacrificandole sull’altare
di una sbagliata promessa elettorale, quando invece si potrebbe impiegare il frutto [in denari] di tale faticosa
ricerca per diminuire, se non
abbattere, la pressione fiscale sul
lavoro?
In Italia, oltretutto, il livello di imposte raccolto attraverso l’I.M.U., in rapporto al Prodotto Interno Lordo, si attesta al 2%, centrando perfettamente il livello medio dei Paesi in via di sviluppo secondo le risultanze del nuovo studio condotto da JohnNorregard del Fondo Monetario Internazionale [per quanto riguarda i Paesi sviluppati, invece, la percentuale media è del 5%, secondo il medesimo studio.]
In Italia, oltretutto, il livello di imposte raccolto attraverso l’I.M.U., in rapporto al Prodotto Interno Lordo, si attesta al 2%, centrando perfettamente il livello medio dei Paesi in via di sviluppo secondo le risultanze del nuovo studio condotto da JohnNorregard del Fondo Monetario Internazionale [per quanto riguarda i Paesi sviluppati, invece, la percentuale media è del 5%, secondo il medesimo studio.]
| [fonte dell’immagine: The Economist] |
Sarebbe, forse, meglio lasciare
intatta l’I.M.U. [che, nel 2012, è costata meno
di 400€ per oltre l’85% dei contribuenti
secondo i dati del Dipartimento delle Finanze] e pensare a diminuire di 4-5
miliardi di euro le tasse sul lavoro. Magari, solo quelle sul lavoro dei giovani, così da rendere più importante
ed effettivo l’investimento. Tutto questo, spiegando
ai cittadini il perché della scelta,
senza cercare di ottenerne l’approvazione [ed il voto] proponendo soluzioni
dannose per il Paese e per la
Comunità di cittadini che lo compone, parlando solo alla loro
pancia.
Magari, così, quei 400 € di spesa per l’I.M.U. verrebbero ripagati da un lavoro per il proprio figlio, o per sé, cosa che – pare chiaro – varrebbe molto ma molto di più.
Angelo Alessandro Palmeri
[Massimo Incegnieri]