lunedì 21 ottobre 2013

Scelta Civica si spacca: ma nel partito comincia la resa dei conti

                                               


La notizia è arrivata ieri, come un fulmine a ciel sereno ( o quasi ).
Mario Monti, fondatore di Scelta Civica, lascia l'incarico di presidenza del partito e come se non bastasse chiede di passare al Gruppo Misto.

Nonostante le tante ( forse troppe ) frizioni all'interno della formazione politica guidata dal professore, in pochi pensavano ad un epilogo così grave e repentino. 
Ho seguito tutte le fasi del processo di SC, dalle primissime idee sino alla campagna elettorale dello scorso febbraio per proseguire, naturalmente, nell'osservazione del comportamento della neonata compagine politica in parlamento. Pur guardando con simpatia al partito di Monti, nutrivo però alcune perplessità: non certo per le idee, quanto piuttosto per la presenza di ex politici " navigati " all' interno del Senato. 

SC era ( ed è ) un partito con una chiara vocazione liberale. Il primo, dopo tanti anni, a ripercorrere i passi ormai sbiaditi di individui come Einaudi. Tanto per capirci: la famosa RIVOLUZIONE LIBERALE promessa nel '94 dal condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi non ha nulla a che vedere con la profondità storica, filosofica e politica di un concetto così importante. 

L'Agenda Monti, patto su cui è sorta la formazione da lui guidata, marcava alcuni importanti concetti di matrice " liberal ". 
Apertura dei mercati ( alias liberalizzazioni ), abolizione delle Provincie, misure  per la crescita e per l'abbattimento della disoccupazione, riforme inerenti l'efficienza dell'apparato burocratico e sui tempi della giustizia. 
A quanto già detto si aggiungano: misure importanti alla lotta contro la corruzione e all'evasione fiscale, tagli agli sprechi e alle voci di spesa pubblica inutili, rottura dei monopoli e rafforzamento dell'antitrust e stimolo alla concorrenza attraverso incentivi per la creazione di nuove imprese che competano in nuovi mercati. 
Un programma, riportato solo in parte e in grandissima linea, ma tutto sommato condivisibile anche da coloro che in questa corrente politica si potevano non riconoscere. 

Quali sono stati dunque i problemi che hanno portato ad una rottura così improvvisa? Procediamo con ordine. 
In prima battuta il risultato elettorale: chi scrive si aspettava infatti un risultato più roseo. 
Ma sempre chi scrive, al contempo,  non è rimasto totalmente deluso. 
Un partito nato da pochi mesi e rappresentato da un uomo " scomodo " da proporre agli italiani non poteva certo illudersi di raggiungere quel 12% di cui tanto si parlava. Ma se la percentuale inferiore alle aspettative poteva essere uno stimolo per i neo deputati eletti alla Camera " a fare meglio " e a guadagnarsi consensi con il lavoro parlamentare, al Senato la situazione era un pochino differente. Se 
infatti i deputati di SC sono sostanzialmente " nuovi " e frutto di una selezione eseguita con criterio (
vi è un buon equilibrio tra background culturale/professionale e fedina penale) i senatori, al contrario, per ovvie questioni di calcolo dei seggi,  sono stati mischiati con ex parlamentari di lungo corso. Tra questi, inutile dirlo, spicca il nome di Casini che dopo pochi mesi dal risultato elettorale non si fece attendere  con alcune sospette affermazioni http://www.corriere.it/politica/13_aprile_07/cazzullo-con-

Il secondo motivo di rottura è da ricercarsi nella doppia anima di Scelta Civica: quella laica e quella cattolica che ormai da troppo sembrano l'eterna dicotomia interna a qualsiasi partito italiano. La prima è guidata da Italia Futura, associazione fondata da Montezemolo mentre la seconda fa capo alla Comunità di Sant'Egidio guidata da Andrea Riccardi. Il rapporto conflittuale comincio' probabilmente a trapelare pubblicamente quando  Irene Tinagli avanzo' una proposta di legge inerente le coppie gay http://www.huffingtonpost.it/2013/05/30/unioni-gay-scelta-civica_n_3360215.html. Ma forse anche prima, quando venne a meno la candidatura del direttore di gay.tv Alessio De Giorgi.

Terzo punto. Forse il tasto più dolente. 
Una volta formatosi il governo delle larghe intese presieduto da Enrico Letta, viene nominato ministro della Difesa l'ex PdL Mario Mauro in quota Scelta Civica. Mauro, lo ricordiamo, fu  capolista per il Senato in Lombardia con Albertini. 
Il criterio di giudizio di SC circa il Governo Letta era il seguente: " bene le larghe intese per dare stabilità al Paese ma l'appoggio non sia incondizionato. Bisogna avere il coraggio di compiere le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno per stimolare la ripresa". 

Veniamo quindi al punto. 
La legge di stabilità viene votata dalla maggioranza. Mario Monti lamenta che si poteva fare di più circa i provvedimenti in materia di crescita e diminuzione delle tasse ( una stoccata implicita alla questione IMU ) pur essendo comunque moderatamente soddisfatto. Le parole dell'ex premier non passano però inosservate e undici senatori di SC rilasciano una nota congiunta in cui, sostanzialmente, affermano che la legge di stabilità votato in Parlamento è la migliore delle leggi possibili (Casini in testa). Monti a questo punto si sente tradito e decide di lasciare: interpreta infatti questa presa di posizione come una sfiducia nei suoi confronti. 


Come se ciò non bastasse ecco che ritorna Mario Mauro, che spiega come questo sia il migliore dei governi possibili verso il quale nutrire spirito di abnegazione ( venendo meno al criterio di giudizio poco sopra citato ) e sfiduciando ancora una volta Monti stesso. 
Non solo. Mauro, secondo Monti, avrebbe aperto a forze non in linea coi principi e i valori di SC rivolgendosi a membri del PdL/Forza Italia troppo vicini a Berlusconi. 

Per questa serie di ragioni Monti ha deciso, almeno momentaneamente , di lasciare il gruppo. Un'uscita tanto improvvisa quanto rumorosa. Una manovra tattica, che obbliga ad una resa dei conti interna. Adriana Galgano e Irene Tinagli dalle loro pagine FB attaccano e prendono le difese di Monti. 

Bombassei, presidente in carica al posto dell'ex premier, prende la palla al balzo e convoca un assemblea per martedì. Una riunione che si preannuncia " pesante " e non è detto che qualcuno degli undici in Senato non decida di raggiungere il gruppo " congelato " degli Alfaniani capitanati da Mr Cravatta Formigoni. 
Va da sè che nel frattempo qualcosa si muove nell'ombra. Adriana Galgano ha partecipato due settimane fa ad un incontro con Fare per Fermare il Declino mentre Boldrin, il presidente di Fare, spinge nel sottobosco per riunire i liberali di buona volontà. 
Forse questi movimenti diverranno più chiari fra qualche mese ma ad ogni modo tra regolamenti di conti e nuovi orizzonti possiamo dire : " work in progress "


Massimo Incegnieri


( Angelo Alessandro Palmeri )















domenica 13 ottobre 2013

Volare Oh Oh.. Postale Oh Oh Oh Oooh






Le Poste mettono le ali.

No, non si tratta di una nuova possibile campagna promozionale del gestore nazionale del servizio postale, bensì di una curiosa operazione messa in piedi dal Governo italiano per [ri]mettere le mani dentro la compagnia aerea nazionale, Alitalia [oggi C.A.I. s.p.a.].

Il Gruppo Poste Italiane, infatti, entrerà nella compagine sociale di Alitalia con una quota dell'ordine del 10-15% ed un investimento economico di 75 milioni di euro, nell'ambito di un'operazione di aumento di capitale da 300 milioni di euro complessivi che daranno ossigeno alla compagnia sino alla fine dell'anno. Sì, mentre il costo della posta "prioritaria" [prioritaria rispetto a cosa, visto che la posta "ordinaria" non esiste iù?] aumenta di dieci centesimi le Poste ne mettono settantacinque in una società che perde 1,6 milioni al giorno.

Quella di Alitalia è un'operazione che mai avremmo dovuto vedere. Un'operazione nata da un peccato originale, voluto da quel Berlusconi che - nel 2008 - utilizzò la questione della vendita [allora] della Compagnia di Bandiera [statale] ad Air France per meri fini elettorali. Utilizzò i nostri soldi, di tutti, per addossare allo Stato circa 3 miliardi di euro di oneri e fornire una compagnia aerea senza alcun debito a dei "capitani" presunti "coraggiosi", banche e concessionari pubblici, che misero un obolo ciascuno. Della partita, peraltro, fu pure proprio Air France, che entrò come socio maggiore con una quota del 25%. Alla faccia dell'italianità a tutti i costi.

Cinque anni dopo allora, quando - cioè - i soci possono, finalmente, vendere liberamente le proprie quote, ecco che il socio già di maggioranza relativa - Air France - si muove per acquistare le quote degli altri e prendersi Alitalia [come ampiamente prevedibile e già scritto sin dal 2008] ad un prezzo stracciato.
Stracciato specie se paragonato a quello che era disposta a pagare cinque anni fa, ossia un miliardo di euro più l'accollo di tutti i debiti di Alitalia. Oggi potrebbe, invece, portarsi via la compagnia con qualche milioncino.

L'Alitalia di oggi, tra l'altro, non assomiglia alla "nuova Alitalia" che tutti incensavano nel 2008, quanto piuttosto al carrozzone che era la "vecchia Alitalia", quella pubblica, quella sprecona.
Alitalia privata è riuscita - in soli cinque anni - ad accumulare un debito di circa 1,13 miliardi di euro ed a perdere 1,6 milioni di euro al giorno.

Bravi, eh, questi "capitani coraggiosi"?

E lo Stato, che con tanta fatica [e tanti soldi] era riuscito ad uscire da Alitalia, cosa fa? La lascia stare, come dovrebbe fare - ed in genere fa - con le società private?
Assolutamente no. Lo Stato rispolvera il vecchio [ed inutile, davanti all'inettitudine delle nostre classi dirigenti ed imprenditoriali] adagio dell' "italianità" della compagnia aerea nazionale e.. ritorna dentro ad Alitalia, come socio oltre il 10%, tramite un gruppo controllato dal Governo, ossia Poste Italiane.


Insomma, sembrerebbe proprio che dopo cinque anni di "gioco" da parte di mirabolanti privati il giocattolo inizi a ritornare nelle mani del pubblico, di quel pubblico tanto vituperato quando gestisce direttamente le imprese e tanto benvoluto quando le stesse imprese le salva dall'incapacità degli imprenditori [o supposti tali].



Forse, e lo si dice sommessamente, il Governo avrebbe potuto impiegare quei 75 milioni di euro per fare altro, attraverso le Poste oppure autonomamente, magari finanziando un po' la lotta a quell'evasione fiscale che si mangia [e ci ruba] almeno 120 miliardi di euro ogni anno. Molto più di anni di manovre finanziarie.


Ma invece no, le Poste devono mettere le ali [alla faccia dei francesi].




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegneri]

giovedì 25 luglio 2013

I.M.U.: cappio al collo od opportunità?







La cronaca di queste ultime ore ha portato nuovamente in primo piano la questione dell’I.M.U., che vede il Governo quasi ossessivamente impegnato nella ricerca della copertura necessaria per la cancellazione dell’imposta, obbligato – in questo senso – dai proclami e dalle minacce del PdL che il PD non riesce [e, forse, non ne ha nemmeno intenzione] a fermare.

Ma perché mai sarebbe un male eliminare – o quantomeno fortemente ridurre – l’imposta sugli immobili?

Anzitutto, bisogna partire da un dato storico.
Lungi dall’avallare un criterio che richiami alla secolare tradizione per giustificare i comportamenti di oggi, non si può fare a meno di considerare come l’imposizione fiscale sulla proprietà immobiliare [comprendente, dunque, sia i terreni sia quel che eventualmente vi è costruito sopra] non sia una novità degli ultimi decenni. Già antiche [e prosperose] civiltà, come quelle Cinese e Greca, avevano imposizioni sugli immobili.
Nell’Inghilterra dell’undicesimo secolo dopo Cristo vigeva una tassa, imposta da Guglielmo il Conquistatore, che gravava sui beni iscritti nel cd. Domesday Book, versione semplificata del Catasto, in cui era registrata la proprietà di ogni singolo appezzamento di terra.
Pure nei moderni Stati Uniti d’America esiste una tassazione sulle proprietà, in vigore – a livello federale – dal 1913.

È possibile, dunque, che in migliaia di anni di Storia ed a latitudini [e culture] completamente diverse, si sia sempre sbagliato? Oppure, magari, tassare la proprietà immobiliare non è poi così dannoso?

In effetti, tassare terreni e proprietà immobiliari è una delle modalità più efficienti e meno discorsive in mano ai Governi per raccogliere denaro.
In particolare, avendo riguardo alla tutela dello sviluppo e volendo ridurre al minimo i rischi di deprimere il mercato per via di una nuova imposta, la soluzione migliore sarebbe quella di un’imposizione fiscale gravante direttamente sui terreni, indipendentemente da quanto possa eventualmente esserci costruito sopra. Un’imposta sui terreni, piuttosto che deprimere il mercato, incoraggerebbe un uso economicamente efficiente dei terreni, perché [quasi] nessuno accetterebbe di mantenere inutilizzate o, peggio, abbandonate, aree sulle quali grava un’imposta.

Un’imposta che colpisce anche il valore delle costruzioni, invece, ha certamente un impatto più importante, essendo – di fatto – un prelievo sugli investimenti sulla proprietà. In ogni caso, però, anche così concepita avrebbe effetti molto meno negativi di quelli causati dalle imposte sul lavoro e sul reddito.

E qui sta il punto. Perché mai bisognerebbe affannarsi tanto nel ricercare risorse da destinare all’eliminazione di un’imposta poco dannosa per l’economia del Paese, sacrificandole sull’altare di una sbagliata promessa elettorale, quando invece si potrebbe impiegare il frutto [in denari] di tale faticosa ricerca per diminuire, se non abbattere, la pressione fiscale sul lavoro?

In Italia, oltretutto, il livello di imposte raccolto attraverso l’I.M.U., in rapporto al Prodotto Interno Lordo, si attesta al 2%, centrando perfettamente il livello medio dei Paesi in via di sviluppo secondo le risultanze del nuovo studio condotto da JohnNorregard del Fondo Monetario Internazionale [per quanto riguarda i Paesi sviluppati, invece, la percentuale media è del 5%, secondo il medesimo studio.]

[fonte dell’immagine: The Economist]
Sarebbe, forse, meglio lasciare intatta l’I.M.U. [che, nel 2012, è costata meno di 400€ per oltre l’85% dei contribuenti secondo i dati del Dipartimento delle Finanze] e pensare a diminuire di 4-5 miliardi di euro le tasse sul lavoro. Magari, solo quelle sul lavoro dei giovani, così da rendere più importante ed effettivo l’investimento. Tutto questo, spiegando ai cittadini il perché della scelta, senza cercare di ottenerne l’approvazione [ed il voto] proponendo soluzioni dannose per il Paese e per la Comunità di cittadini che lo compone, parlando solo alla loro pancia.


Magari, così, quei 400 € di spesa per l’I.M.U. verrebbero ripagati da un lavoro per il proprio figlio, o per sé, cosa che – pare chiaro – varrebbe molto ma molto di più.




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

lunedì 22 luglio 2013

Quel che non ammazza..



Sì, Candido e il Politico è sparito per un po'.

E' sparito ma non per sempre!

I vostri due Candidi, Angelo e Massimo, sono "semplicemente" stati travolti dagli impegni dell'inizio dell'estate, concretizzatisi in lavoro, lavoro, lavoro [e chi lavora - anche di straforo - nell'ambito legale sa cosa significhi, per noi, "luglio"!] per l'uno e studiomattoedisperatissimo per completare la tesi e laurearsi per l'altro!

Ora, però, i Demoni dell'Inferno sembrano essere tornati a più miti temperature e, dunque, noi torniamo al nostro blog!


Prima di una bella e meritata pausa d'agosto, infatti, non vogliamo lasciarvi senza qualche altro nostro articolo noiosissimo, pesantissimo e cocciutamente ottimista [ma non troppo!].

venerdì 17 maggio 2013

Omofobia.


 


Oggi, 17 maggio, si celebra la Giornata Internazionale contro l'Omofobia, supportata dall'Unione Europea - per quel che ci riguarda - dal 2007.

La data scelta non è - ovviamente - casuale: 23 anni fa, infatti, l'omosessualità è stata cancellata dall'elenco delle malattie periodicamente stilato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ma che senso ha, oggi, celebrare tale ricorrenza? Oggi che gli omosessuali sono presenti ovunque, sui media come nella società, oggi che pare non si faccia altro che parlare di loro e delle loro questioni?


Oggi ha senso, molto senso celebrare la Giornata Internazionale contro l'Omofobia.


Ha senso, e lo celebra anche l'O.N.U., perché, ancora, in 7 Paesi nel Mondo si viene [non si può venire ma si viene] uccisi, per il fatto - il fatto - di essere omosessuali, perché in 76 Paesi nel Mondo l'omosessualità è illegale, perché in centinaia di Paesi nel Mondo è oggetto di umiliazioni, pubbliche e private.

Anche in Italia.

Nel nostro Paese, dove ricevono tutela anche cani e gatti, i cittadini omosessuali, invece no.

Non esiste, infatti, alcuna norma che tuteli, in qualunque maniera, tali cittadini, sanzionando maggiormente i comportamenti illeciti di rilevanza penale attuati nei loro confronti come - invece - già accade nei confronti di altre "categorie deboli", quali gli stranieri.
Non esiste, poi, alcuna norma che garantisca dei diritti dei cittadini omosessuali. Nessuna norma antidiscriminatoria espressa, nessuna tutela lavorativa, nessuna tutela della vita di coppia [diritti come doveri].

Esiste, invece, un grave, radicato pregiudizio nei confronti dei cittadini omosessuali nel nostro Paese.
Esistono vessazioni, condanne, insulti, botte, tutto gratuito. Esiste [ancora] una terribile onta "morale", una sanzione sociale pesantissima, nei confronti dell'omosessualità. 
Esiste tanta, tantissima omofobia.
Tutto ciò, che può sembrare sopito - o marginalmente diffuso - nelle poche "grandi" città italiane, è invece drammaticamente ramificato e saldo nel profondo del tessuto sociale nazionale.




Ed è questo che andrebbe cambiato.


Giusto ieri si è saputo che 221 parlamentari della Repubblica hanno firmato una proposta di legge - davvero trasversale - che estende la disciplina dei reati di stampo razzista della cd. "Legge Mancino" anche a quelli di matrice omofoba.
Si tratta di un nuovo tentativo, dopo quelli - infruttuosi - tentati negli anni scorsi dal Partito Democratico e dall'Italia dei Valori, utile a tentare di arginare quelle violenze - tante - che colpiscono i cittadini omosessuali, un primo passo per determinare che, per la nostra Comunità, i soprusi e le violenze commesse su persone a causa della loro [vera o percepita] omosessualità sono ignobili e da punire per la loro essenza, come lo sono quelli legati alla "razza" diversa.


Oggi, 17 maggio, si celebra la Giornata Internazionale contro l'Omofobia, non si discute di coppie di fatto, unioni civili, matrimoni od adozioni. Si discute di botte, di insulti, di galera e di morte.







Si discute di discriminazione.








Oggi, 17 maggio, si celebra la Giornata Internazionale contro l'Omofobia.






Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

giovedì 2 maggio 2013

IMU od altre imposte: che si taglia?




Mentre il Governo Letta ancora doveva ricevere la fiducia dalla Camea Alta del Parlamento, già il secondo partito di governo, il PDL, intonava un risoluto mantra riguardante l'IMU, scatenato dalle improvvide parole del neoMinistro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini: od il Governo si impegna ad eliminare e restituire l'importo 2012 dell'Imposta Municipale Unica [introdotta proprio dall'ultimo Governo Berlusconi e successivamente modificata in senso estensivo dal Governo Monti] invece di sospenderla semplicemente, oppure il PDL ritira la propria fiducia all'Esecutivo Letta.

Chissà che paura deve aver provato il buon Angelino Alfano, appena tornato al Governo in una posizione lievemente più alta della precedente [ebbene sì, ora è anche Vice Presidente del Consiglio.. la sua personale lunga marcia verso la Presidenza ha fatto passi da gigante].

Una domanda, però, sorge - veramente - spontanea.
Perché uno dei due principali partiti di Governo [nota bene: partiti di Governo sia prima che dopo le elezioni], che ha ideato e votato l'introduzione dell'IMU [anche nella versione che abbiamo conosciuto l'anno passato] oggi minaccia improbabili Aventini nel caso in cui il nuovo Esecutivo non elimini l'odiata e votata imposta?

La domanda non è affatto peregrina, se vista dal punto di vista del contribuente e - dunque - del cittadino.

Come è ampiamente noto, infatti, la pressione fiscale [le "tasse"] italiana è tra le più elevate del Continente ed il suo peso grava in special modo sul lavoro.

Ebbene, in un'ottica di rilancio dell'economia, di "dare ossigeno alle imprese" ed ai consumi, di liberazione di risorse intellettive come anche economiche, non si capisce perché un Governo dovrebbe dissanguarsi per abolire e restituire [!] l'IMU ai vari proprietari di case invece che impiegare un'identica somma di denaro pubblico proprio per ridurre il peso delle imposte sul lavoro.

Le possibilità di intervento sarebbero davvero tante: una riduzione dell'IRAP [anche nell'auspicabile ottica di una sua futura cancellazione, se mai arriverà tale giorno], oppure una riduzione delle addizionali regionali od ancora una riduzione dell'IVA; fintanto un intervento - riduttivo - sui contributi pensionistici sarebbe possibile, dirottando nelle casse dell'Isituto Nazionale di Previdenza Sociale proprio l'ammontare di tributi raccolti con l'IMU.

E' sciocco e financo sconsiderato, invece, proporre solo ed esclusivamente l'eliminazione [perfettamente paragonabile un lucro cessante] e pure la restituzione [un danno emergente] dell'imposta sulla casa, una mossa che graverebbe notevolmente sulle casse dello Stato [per tacere di quelle dei Comuni] portando un lieve beneficio ai cittadini proprietari di immobili, beneficio che verrebbe peraltro subito vanificato dall'obbligato aumento di altre imposte e tasse [alcol, gioco, cinema, editoria, carburanti, ecc.], obbligato perché - dovendo ora rispettare un vincolo di bilancio molto stringente - lo Stato dovrà recuperare l'ammontare garantito oggi dall'IMU in altro modo.


Quella dell'eliminazione e restituzione dell'IMU pare proprio essere una semplice e sciatta mossa di propaganda di parte; forse è anche un po' [un bel po'] demagogia.




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

giovedì 18 aprile 2013

L'Elezione in Diretta!













Per chi non volesse perdersi l'elezione del Presidente della Repubblica.. in fondo, comunque vada, non capita mica tutti i giorni!






Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

El Presidente! [del Cambiamento, eh, quello vero]

 





Stamattina, alla Camera dei Deputati, si riunisce il Parlamento in seduta comune, integrato dai Rappresentanti delle Regioni [cd. "Grandi Elettori", pietoso tentativo di accostarli ai Grandi Elettori statunitensi, ai quali è delegata - dal voto popolare - l'elezione del Presidente], per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica; è un alto momento di Democrazia, questo, od almeno dovrebbe esserlo.

Ieri sera, in piena notte [come si addice alla trama di un qualsiasi romanzo giallo, anche dozzinale], il PD ed i suoi [ex?] alleati hanno votato il nome del candidato alla Presidenza della Repubblica da sostenere oggi. Hanno discusso - ed hanno votato - dopo che il M5S aveva già stabilmente fatto suo il professor Stefano Rodotà, insigne giurista, raffinato politico e personaggio di ampia caratura [e rispetto] internazionale. Un fresco ottuagenario, potrà dire qualcuno, ma dopotutto, anche il buon [?] Napolitano non era differente al momento della sua elezione.

In una convulsa votazione, prima della quale gli uomini di SEL hanno abbandonato il luogo della riunione in grande polemica con gli altri presenti, il PD ha votato, ed ha votato Franco Marini.

Franco Marini.

Franco Marini.


Un ex Presidente del Senato [celebre la sua elezione, avvenuta nel 2006 quando la coalizione di centro-sinistra "godeva" di ben due voti di maggioranza al Senato della Repubblica e diversi buontemponi si divertivano a storpiare, sulle schede, il suo nome, così da rendere il procedimento elettorale una specie di bonaria agonia], politico e sindacalista [CISL] di lungo corso, che è stato candidato senza successo [ebbene sì, è rimasto fuori dal Parlamento!] anche alle ultime elezioni.

Un ex Presidente del Senato che, nell'ormai lontano 1999 [elezione del Presidente Ciampi], già era candidato al soglio qurinalizio.

Un pezzo di novità, insomma.


Una garanzia di cambiamento, quel cambiamento che tanto ha sbandierato Bersani per cinquantatre giorni. Un cambiamento falso.


Ah, intanto il PDL gongola [e vota Marini].




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

martedì 9 aprile 2013

Orgoglio e pregiudizio


 
Una tragedia che trasuda dolore, un dramma grande, davvero grande, di due persone che si uccidono.

La morte dei coniugi Dionisi, che si sono suicidati a Civitanova Marche impiccandosi, e del fratello di lei successivamente, non lascia spazio a parole, semplicemente affonda il cuore.

Il Presidente della Camera, Laura Boldrin ha avuto la sensibilità, il buon cuore e l'umiltà di presenziare alle esequie dei tre cittadini. Ha avuto il merito - lei ancora nuova alla politica, lei sempre attenta a "chi sta dietro", a chi va più piano - di prendere sulle sue spalle tutta la rabbia e la disperazione dei cittadini di Civitanova Marche e dei famigliari delle vittime nei confronti dei politici, dello Stato che lei, lì rappresentava.

Non un Bersani, non un Berlusconi, non un Monti - od uno dei loro più vicini sodali - hanno osato avvicinarsi. Non ne hanno la possibilità, dopotutto, non ne hanno la decenza.


Ieri, però, ho letto il consueto contributo di Massimo Gramellini su La Stampa e sono stato sinceramente colpito da due sue parole: "orgoglio" e "dignità".

La dignità, per due persone che hanno sempre lavorato e vissuto del loro, con sacrifici, rinunce e conquiste quotidiane è tanta. Anche l'orgoglio è tanto, l'orgoglio per avercela sempre fatta, per non aver dovuto mai chiedere alcunché ad alcuno, per essere riusciti, sino ai colpi del licenziamento, della "crisi" e di padroni che non pagano [in nero, peraltro, frodando tutti quanti, noi e lo Stato], a disegnare la propria esistenza ed il proprio futuro secondo il proprio progetto.

Le cose, però, non sempre si possono fare assolutamente da soli. E qui il fato, la Comunità e loro due stessi, ad un certo punto sono mancati.

Parla di dignità, Gramellini, dignità in ossequio alla quale i coniugi Dionisi sempre si rifiutarono di rivolgere una richiesta d'aiuto a chi poteva dargliela, allo Stato, a quello Stato che - chi resta - maledice e sbeffeggia.

Però no.

Non si perde la dignità nel rivolgersi ai servizi sociali, nel chiedere aiuto alle organizzazioni caritatevoli per essere aiutati con i pasti o con la spesa. Non si perde la dignità con il chiedere aiuto quando se ne ha vero bisogno.

Gramellini sembra lasciar trasparire il contrario dalle sue parole e.. questo non è giusto.

I coniugi Dionisi hanno vissuto un dramma atroce, indescrivibile, ma la fine l'hanno volontariamente scritta loro. Certo non per dignità, probabilmente per orgoglio [l'altro elemento individuato da Gramellini], per troppo orgoglio.

Il troppo orgoglio fa fare errori, fa male. In alcuni casi anche [purtroppo] uccide.


Lo Stato ha tante, tantissime colpe [leggasi: noi, che influenziamo lo Stato e lo rendiamo come lo vogliamo, abbiamo tante, tantissime colpe], ma non quella di queste due morti, non nella sua totalità.


Lo Stato avrebbe potuto fare di più per aiutare queste due persone, come tanto fa per aiutarne altre e troppo poco fa per supportarne altre ancora; lo Stato dovrebbe riuscire ad essere più elastico, quando pretende versamenti e tributi; lo Stato dovrebbe.. Noi dovremmo.

Noi dovremmo pretendere uno Stato più impegnato a sorreggere e tutelare le persone che - non per loro inettitudine - soffrono e vivono serie difficoltà, noi dovremmo costruire uno Stato elastico quando serve ma anche rigido ed inflessibile ove necessario, noi dobbiamo capire che uno Stato così pusillanime e meschino ce lo siamo costruito noi.



Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

giovedì 4 aprile 2013

Opa Pyongyang Style : nuclear attack !!!







"Prepare for the nuclear attack! "
Questa canzone del gruppo metal svedese " Sabaton " mi è subito venuta in mente a seguito delle recenti dichiarazioni del giovane Kim Jong - Un ( la troverete in fondo all'articolo )

Ma torniamo alle cose serie: cosa ci dobbiamo aspettare dai proclami di guerra contro la Corea del Sud e gli Stati Uniti? Dobbiamo prendere in seria considerazione un possibile olocausto nucleare?

Volete un parere  personale ? Proclami, proclami e ancora proclami.
Ci può essere qualche rischio concreto nelle esplosive minacce del giovane leader Nord Coreano? Poco o nulla. Vediamo il perché.

Partiamo da un presupposto. 
Il giovane Kim ha un problema di tipo anagrafico: l'età. Ma non solo. 
E' il figlio del fu caro leader Kim Jong - Il , amato dai generali e che proprio per questo motivo potrebbero essere insofferenti dinnanzi al cambio di leadership. 
Per questo motivo Kim deve dimostrare di avere credibilità, soprattutto in un sistema decisionale chiuso come quello Nord Coreano, dove le decisioni politiche e militari vengono prese da un gruppo ristrettissimo di consiglieri. In questo caso i generali.  
In un Paese come la Nord Corea l'esercito gioca infatti un ruolo fondamentale: se da una parte è garante e protettore del regime, dall'altra può considerarsi come il mezzo principale per " eliminare " chi dello Stato ne è il Presidente. 

Kim evidentemente non convince. O perlomeno non convince ancora.  Il paragone col padre resta, ed è un'eredità pesante. Su di sé ha la responsabilità di mantenere lo status quo che ha caratterizzato la Corea del Nord dagli anni cinquanta ad oggi. Probabilmente è persino lo stesso giovane Presidente ad essere cosciente di questo stato di cose, consigliato forse da qualche suo fedele spin doctor. 
L'impressione circa la strategia di politica estera che sta portando avanti è quella del chicken game : vuole spingersi fino al limite per schivare l'impatto all'ultimo. Una sorta di prova di coraggio, di rito di iniziazione per essere ammesso nel club. Un' escalation di provocazioni, certamente forti ma prive di qualsiasi fondamento.Se poi a queste si aggiungono i fatti concreti, ecco che la commedia in salsa Orientale è ben servita. Tutto sembra credibile. Dall'esercito che si attesta sui confini sino alla chiusura del distretto industriale condiviso tra Corea del Sud e quella del Nord.Certamente plauderanno anche i fedeli alleati, dall'Iran alla Bielorussia. La Cina invece ha dichiarato esplicitamente " irritazione " per l'atteggiamento di Pyongyang.

Tuttavia oltre alla credibilità esterna ed interna, il Presidente Nord Coreano deve fare i conti con il suo potere non ancora del tutto consolidato. E' vero, è pur sempre il figlio del " divino " Kim Jong - Il  ma è privo di quell'esperienza politica necessaria per muoversi in quel giardino di serpi che aspettano soltanto un suo minimo errore. Ecco quindi la sua necessità di emergere come uomo forte, attirando su di sé riflettori internazionali e proiettando l'attenzione della propria opinione pubblica e dei suoi generali dall'interno verso l'esterno. Tutto ciò è sintomo di pressioni molto forti : scaricare tensioni all'esterno per depressurizzare il clima interno. 

Prima di concludere qualche osservazione. 
Alcuni si saranno probabilmente spaventati anche per via delle manovre strategiche degli Stati Uniti. In realtà i discorsi che vengono fatti a portata dell'opinione pubblica sono sempre molto diversi dalla realtà: gli Usa si stanno ritagliando una doppia posizione favorevole. "Fingendo" di abboccare alla minaccia spostano uomini e mezzi, in maniera tale da aumentare ulteriormente la propria presenza in una zona nevralgica come il Pacifico Orientale. 
La Cina probabilmente è conscia che l'atteggiamento della Corea del Nord sta favorendo una progressiva penetrazione americana, ma, per un'ovvia conseguenza logica, non può alzare la voce. Se lo facesse rischierebbe di legittimare i deliri Nord -Coreani. In fondo Seul è alleata di Washington e se viene minacciata è ovvia una mobilitazione militare Statunitense. 

Quindi, nessuna paura. E' il normale decorso della politica internazionale. Nessuno attaccherà nessuno, non ci sarà alcun olocausto nucleare. 
A meno che qualche generale, prendendo sul serio il buon Kim, non superi quella zona demilitarizzata larga 4 km .... 







Massimo Incegnieri
( Angelo Alessandro Palmeri )

venerdì 15 marzo 2013

Giovani e lavoro: vogliamo occuparci?



Mentre il Paese, l’Italia, affronta una pagina storica molto travagliata e caotica, una parte dei suoi cittadini si trova in una situazione ancor più critica: sono i giovani italiani, ragazzi e ragazze che – in questo momento di crisi generale –soffrono più degli altri le mutazioni dell’economia e l’incidenza delle politiche di austerità e di restrizione attuate dal Governo uscente e – sivedrà – forse anche da quello di prossima formazione.

In novembre, secondo il dato reso disponibile dall’ISTAT, la disoccupazione cd. “giovanile” [ossia quella deigiovani tra i 15 ed i 24 anni] ha raggiunto il livello record del 37,1% della forza lavoro della medesima fasciad’età, ossia di quei giovani che non studiano e che vorrebbero lavorare. Volendo fare un rapido [ed impietoso] confronto, l’indice di disoccupazione generale, ossia relativo alla forza lavoro di tutte le età, ammonta al 11,1% ed appare stabile.

I giovani, insomma, risultano fortemente penalizzati sul mercato del lavoro, che spesso si trova ostaggio di datori di lavoro molto attenti alprofitto personale e molto poco al loro ruolo – appunto – di creatori di postidi lavoro, di lavoratori ostaggiodelle loro stesse tutele – in alcuni casi anacronistiche e non ragionevoli – edei privilegi acquisiti con il tempo e di sindacati attenti alla strenua difesa di alcune categorie [preponderanti tra i loroiscritti] e quasi indifferenti rispetto ad altre [tra cui, guarda caso, proprio i giovani].

Quale conseguenza porta questa situazione?

Questa situazione rappresenta una grave minaccia per il Paese, perché non più “tanti” giovani bensì un’intera generazione sta venendo tagliata fuori dal mercato del lavoro, dalle possibilità di crescita personale e professionale, dalle opportunità di prendere direttamente in carico il proprio futuro e – con esso – quello del Paese, in prima persona.

Come già la classe politica del dopoguerra ha, di fatto, impedito alla generazione degli odierni 40-50enni di raggiungere le posizioni di controllo e gestione dello Stato, il rischio dioggi è che il Paese impedisca ai suoi giovani di occupare quei posti nella Comunità che sono stati dei loro padri, e che hanno contribuito alla creazione del Paese e della Nazione.

La questione della disoccupazione dei giovani va affrontata con metodo ed attenzione, perché se gestita con leggerezza od indecisione potrà rischiare di tramutarsi da una sofferenza dei ragazzi ad una guerra intergenerazionale di figli – senza lavoro, senza diritti e senza tutele – contro padri – con un qualsiasi tipo di lavoro, la garanzia di giusti diritti ed il conforto di diverse tutele. Un conflitto, questo, assolutamente deleterio oltreché inutile,che potrebbe solo fare male al Paese, non risolvendo assolutamente il problema ma dando l’alibi a coloro che vorrebbero smantellare del tutto i diritti dei lavoratori per massimizzare il proprio profitto personale a scapito della vita di milioni di persone.

Ciò che, come due ragazzi d'Italia, chiediamo alle nuove Camere ed al nuovo Governo che si insedierà [ammesso che – visti gli esiti del voto – riesca a nascere unnuovo Esecutivo] è come la politica vorrà affrontare questa grave e pericolosissima situazione e cosa, quali provvedimenti, intenderà mettere in atto per affrontare sistematicamente, con decisione, la questione del lavoro per i giovani.


Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

sabato 9 marzo 2013

Moral Hazard



Bisogna porre un freno a ciò che viene definito moral hazard. 
No, non è un film thriller, ma bensì un comportamento eticamente sbagliato che ha causato troppi danni ai cittadini e ai loro risparmi. 
Chi ne sono i responsabili? I manager delle grandi banche: e più queste banche sono " grosse ed importanti " più questa pratica è diffusa. 
Tralasciamo le influenze politiche che stanno dietro alle istituzioni bancarie, affrontiamo in maniera lineare la questione senza perderci ulteriormente nei meandri di questa deformazione istituzionale.

Il problema del moral hazard origina dalla letteratura scientifica proveniente dagli studi assicurativi. 
Applicato al sistema bancario comincia ad acquisire notevole interesse scientifico soprattutto oltre l'Atlantico a seguito del Gramm-Leach-Billey Act (1999) che abrogò il Glass-Steagall Act (1933). 
Quest'ultima legge era nata per dividere le banche commerciali dalle banche d'investimento a seguito della crisi del 1929.
Quando sotto il governo Clinton, nel pieno "boom" dell'economia statunitense di inizio anni '90, si decise di eliminare tale divisione per consentire alle banche di svolgere sia il ruolo tradizionale sia quello d'investimento, ebbero inizio i problemi. 

Non essendoci più la distinzione tra le due funzioni moltissimi manager, su pressione degli azionisti od anche per loro autonoma iniziativa (eventualità che può anche dare luogo a responsabilità nei confronti della banca che amministrano), hanno cominciato a compiere investimenti rischiosi, molto spesso al solo fine scopo speculativo. Queste operazioni non ponevano in considerazione le conseguenze negative che determinate azioni potevano arrecare nei confronti di quei creditori e risparmiatori per nulla interessati a effettuare investimenti. 
Purtroppo importanti gruppi bancari americani (e non solo) hanno preso parte a questo sistema.
Il caso più eclatante è stato sicuramente quello della Lehman Brothers. 

Ma nella pratica, cosa accade? 
I manager e gli azionisti conoscono una semplice regola base: se una banca è troppo grande per fallire verrà salvata. Per un motivo ovvio: non sarà possibile lasciare i creditori e i risparmiatori in mutande! Oltre che al danno economico verrebbe a sollevarsi un problema sociale, quindi non di secondo piano.
I manager faranno perciò investimenti ad alto rischio, coscienti del fatto che se andranno a buon fine  verranno considerati i nuovi grandi " geni " della finanza mentre se falliranno saranno gentilmente accompagnati alla porta , con una sostanziosa buona uscita e tanti cari saluti. 
Una cosa sarà certa: lo Stato salverà la banca (coi nostri soldi) e noi ci accolleremo un altro debito.
Quella che si crea in questo circolo vizioso è la progressiva de-responsabilizzazione dei manager unita a una professionalità sempre meno consistente. 

Ecco perché sarebbe importante introdurre, in Italia così come in tutta l'Unione, la distinzione tra banche commerciali e banche d'investimento.
Lo scopo sarebbe, da un lato, quello di proteggere il denaro dei risparmiatori da usi spregiudicati, e, dall'altro, quello di diminuire le dimensioni delle banche, scorporandone le attività e riducendo i soggetti a rischio garantendo, quindi, una maggiore responsabilizzazione dei dirigenti. 
In questo modo si  ridurrebbe drasticamente il pericolo di moral hazard. 
Non solo.Una maggior accountability dovrebbe essere la prima parola d'ordine dei consigli di amministrazione. Ma questa è un'altra storia.

P.S. - Investire sull'etica professionale non sarebbe una cattiva idea. 

Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri)




martedì 5 marzo 2013

" Vivere o morire. Beppe, fa' la tua scelta"





Premessa.
Indro Montanelli disse in merito a Berlusconi : " Lasciatelo governare ". 
Nonostante la mia percezione del Movimento Cinque Stelle sia contornata da dubbi ed interrogativi più o meno condivisibili a seconda delle posizioni di ciascuno, ho voluto scrivere quest'articolo volutamente polemico. La mia intenzione è quella di far leva sulla responsabilizzazione dei neo-eletti, poiché la loro missione è quella di cancellare la " vecchia politica " ma il confine tra il dire e il fare può portare anche a una prematura conclusione dell'esperienza Cinque Stelle. Oggi sono politici, a tutti gli effetti. E come tali, proclamandosi come il nuovo, non possono permettersi errori. Indi per cui mi aggrego all'invito del buon vecchio Indro: lasciamoli "governare", ma mettiamoli davanti ai loro doveri e alle loro responsabilità. Visione confermata anche dal mio collega Angelo. 


" Ciao, io mi chiamo ... ".
Con questa frase si aprono le presentazioni dei neo-parlamentari del Movimento Stellato. 
Effettivamente hanno ragione in molti, tra cui lo stesso Andrea Scanzi, ad affermare che sembra di essere a X Factor.
Sarà la giovane età, l'ingenuità o la poca dimestichezza con gli aspetti tecnici della politica, ma gli argomenti rimangono relegati (quasi) sempre a un tema fondamentale: l'ambiente. Talvolta si parla d' istruzione.Altri non dicono nulla, si presentano e basta.  
Nessuno va oltre, nessuno parla di economia, fisco, politica estera e relazioni con l'Europa. Nessuno parla concretamente di politiche sociali. Il nulla. 

Certo, il tempo è poco e devono parlare tutti. 
Però è un dialogo sterile, tra sordi. Rischia di essere un Movimento " autistico " ( si passi il termine ). 
Comincia infatti a delinearsi  una certa volontà auto-escludente nei confronti di coloro che, pur avendo votato il Movimento Cinque Stelle, si trovano privi della praticità o della possibilità di aver accesso al Web. Non contano costoro? O forse adesso, data la conclusione della campagna elettorale, la piazza vale meno di zero?
I continui rifiuti a dialogare con la stampa italiana creano "provincialismo" e a lungo andare non portano a nulla. Gli italiani, tutti, hanno il DIRITTO di sapere chi occupa 163 seggi del Parlamento italiano. E gli eletti hanno il DOVERE di rispondere alle domande che vengono poste dai giornalisti. 
Piaccia o non piaccia, prezzolati o meno, politicizzati o no la democrazia esige che l'informazione circoli. 
L'ordine di scuderia  " non parlare con la stampa " è dittatoriale per un Movimento che della trasparenza e dell'orizzontalità ha fatto la sua bandiera. 
Ma anche i cittadini che non hanno votato Cinque Stelle hanno bisogno di sapere chi è e che cosa pensa l'eletto di turno a Palazzo.

Ora che sono nel " sistema " i Grillini dovranno confrontarsi con gli altri esponenti politici.
Non basta il motto "siamo cittadini, vogliamo cambiare questo Paese ... " .
C'è bisogno di risposte concrete. Ora. 
Un esponente afferma letteralmente: " So le lingue, quindi vorrei occuparmi di politica estera ". 
E' solo un esempio, ma ciò che emerge prepotentemente è una tendenza alla semplificazione negativa della politica laddove viene richiesto un minimo quoziente di tecnicismo. Si può controbattere che nemmeno prima c'era competenza, verissimo. Ma un Movimento che predica anche " merito " non si può permettere solo la buona volontà. Tacciano però PD e PdL : le loro politiche sono state più improvvisate delle presentazioni degli stessi eletti a Cinque Stelle. 
Tuttavia colpisce  la quasi  totale leggerezza con cui si affronta un momento di cambiamento epocale per la storia Repubblicana. Sembra una riunione tra single che si presentano l'un l'altro in cerca di affinità. Nessun contraddittorio, nessun giornalista che potesse rivolgere domande ai capigruppo di Camera e Senato del Movimento. Perché? E' così poco " anti-sistema " rispondere con competenza e serietà a domande di pubblico interesse? 

Grillo e Casaleggio si gongolano in questo caos. 
Giocano a essere sfuggenti, irridono. Forse, caro Grillo, sei tu a " non aver capito niente ". Qui stiamo giocando con il futuro di milioni di italiani, di cui un 25% ha rivolto le sue speranze al neonato Movimento. Non c'è peggio che giocare con le speranze e le aspettative dalle persone. In questo momento, con continui atti di irresponsabilità al limite tra il ludico e il puerile, si sta proprio andando nella direzione  sbagliata. Proposto come il NUOVO, riconosciuto come il primo partito d'Italia, il Movimento Cinque Stelle nel malaugurato caso di ritorno alle urne non potrà  considerarsi " non responsabile " dell'ingovernabilità.

Ora il Movimento è nel sistema e ha la possibilità di cambiarlo.Un fallimento sarà unicamente colpa sua.

Vivere o morire? Fa' la tua scelta 

Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri)

mercoledì 27 febbraio 2013

E' la delega,bellezza!




Quelle che seguono sono alcune considerazioni " a caldo " in merito ai recenti sviluppi del confronto a distanza tra Grillo e Bersani.
Data la situazione altamente " liquida " vogliamo proporre una piccola analisi sul rapporto tra leadership, eletti ed elettori nel Movimento Cinque Stelle. 
La nostra valutazione si basa sui fatti attuali e quindi, ovviamente, ne è una semplice interpretazione.
Buona lettura! 



La " rivoluzione " è compiuta.
L'esercito movimentista del generale Grillo Giuseppe è nella stanza dei bottoni.
Il sogno si è avverato per coloro che hanno deciso di delegare la propria rappresentanza al Movimento Cinque Stelle. 
Nulla sarà più come prima, questo è certo. Politologi, sociologi e storici avranno materiale su cui lavorare per gli anni a venire.

Tuttavia per ogni " missione compiuta " se ne apre un'altra : tenere fede agli impegni presi con i propri elettori compatibilmente con i vincoli della realtà nazionale ed internazionale.
Con particolare riferimento al Movimento Cinque Stelle, la sfida nelle vesti di forza di governo causata dall'instabilità in Senato sarà doppiamente difficile. 

Proprio oggi si è aperto un primo importante fronte, fondamentale per capire la tenuta dell'unità del neo-gruppo parlamentare. Pierluigi Bersani, leader del PD e tutt'ora candidato premier del centro-sinistra, ha intuito la possibilità di una probabile intesa aprendo quindi ad una convergenza  di intenti attorno a quelle quattro leggi considerate " moralmente e politicamente " urgenti (sui cui anche i Montiani non avrebbero problemi a votare) 

Tuttavia, perché ciò si realizzi, c'è il concreto bisogno di votare al Senato la fiducia per legittimare perlomeno un governo di minoranza. Grillo però, a quanto pare, pur promuovendo il "modello Sicilia" dove il centro-sinistra legifera e governa la Regione assieme al contributo dei Cinque Stelle, pare affossare quest'idea (perlomeno sulla carta).
Non solo. Il " portavoce " dei Grillini alza la voce e accusa Bersani di essere uno " stalker politico " ed un " morto che parla ". 
L'alzata di scudi dello showman pare però non aver raccolto grande entusiasmo sulla Rete, la piazza per eccellenza della rivolta a Cinque Stelle. Molti infatti chiedono che venga votata la fiducia ad un governo " di minoranza e d'intesa " tanto che si stanno raccogliendo le firme affinché venga presa una decisione in questo senso. Senza alleanze, ovviamente. La notizia giunge addirittura dal Fatto Quotidiano, notoriamente simpatizzante del Movimento Cinque Stelle 

Nonostante il bagaglio ideologico del Movimento sia stato quello delle " democrazia diretta " e della "partecipazione orizzontale", questa prima tegola pone in evidenza i primi grandi " ostacoli " alla dottrina movimentista: la delega e l'accountability ( ossia il dover rendere conto all'elettore del proprio operato ). 
Qualcuno potrebbe obiettare che ben pochi degli eletti nelle precedenti legislature hanno tenuto fede a questo principio: obiezione legittima. Ma aggiungo che, per una forza politica che della trasparenza ai cittadini ha fatto il suo credo, tutto ciò è il minimo che ci si possa aspettare.  

Questo è dunque il più grande bivio di inizio legislatura: comanda il capo o comanda la base che ha votato il Movimento? 
I neo-parlamentari sono legittimati e delegati dal basso, grazie alla fiducia e ai voti dei propri elettori. Contano quindi di più i cittadini  o le decisioni di Beppe Grillo? Un problema di questo tipo non è irrilevante, le conseguenze potrebbero addirittura portare allo smembramento dello stesso gruppo parlamentare. 
Paradossalmente l'accountability dei neo-senatori a Cinque Stelle potrebbe essere richiesta con sorprendente anticipo. In fondo la politica è come la morte: mette tutti sullo stesso piano una volta che si occupano ruoli di potere. Il confine tra " essere diversi da loro " e " essere come loro " è davvero molto labile. 
L'elettorato Grillino, a quanto pare, chiede responsabilità:  saranno capaci i neo-eletti di garantirla?

Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri )


martedì 26 febbraio 2013

La prova di maturità di Grillo e Bersani



Ora che la frittata è fatta, è giunto il momento di interrogarsi su quanto sia necessario fare.

Non mi dilungherò in analisi su meriti, demeriti o colpe.

Il Partito Democratico detiene la maggioranza alla Camera ma non al Senato, dove pur avendo la maggioranza relativa dei seggi non ha ottenuto quel magic number cifrato in 158 seggi. 
Scelta Civica con Monti, pur riuscita ad entrare in Senato, non ha comunque i numeri per supportare la coalizione di centro-sinistra e contribuire a raggiungere l'agognata supremazia a Palazzo Madama.
Il Movimento Cinque Stelle si afferma con forza inaudita e aldilà di ogni possibile previsione costringe Bersani a scendere a miti consigli. 

A sentire Andrea Scanzi, glottologo del movimento Grillino, i toni paiono meno esasperati di quelli sentiti in campagna elettorale. A quanto pare, fra le alte sfere dirigenziali, si comincia a guardare al futuro e a temere sia l'inesperienza degli eletti sia "l'  effetto Scilipoti ". Non a torto, poiché nessuno è immacolato dalle tentazioni ma soprattutto poco si sa dei neo-eletti dello stellato contingente movimentista.

Cosa dovrebbe fare dunque il segretario del PD? Poche cose ma essenziali.
Innanzitutto incontrare sia i rappresentanti Cinque Stelle e lo stesso Mario Monti. 
Chiedere di votare la fiducia a un governo di minoranza con un programma breve ma fondamentale per le sorti del Paese. 
I punti di convergenza esistono, specie su alcune tematiche molto specifiche, care a tutte e tre le formazioni.
Ecco in sintesi le quattro leggi a cui si deve porre subito mano:

1. Legge elettorale  
2. Legge sulla corruzione 
3. Legge sul conflitto di interessi 
4. Taglio ai costi della politica e fine dell'immunità parlamentare

In teoria tutti e tre gli schieramenti dovrebbero essere concordi su questi provvedimenti. 
Lo sforzo deve nascere dal Partito Democratico che dovrà dimostrare una certa capacità contrattuale; è ovvio che questo significa creare un governo di breve termine, al massimo di un anno. Scaduta la durata del periodo di " non belligeranza " , dopo aver completato queste riforme comunemente sentite, si potrà tornare al voto. Forse più tranquilli e con sorprese meno amare provenienti dalle urne. 




Massimo Incegnieri
( Angelo Alessandro Palmeri )




giovedì 21 febbraio 2013

Il Declino si Fermerà?




Questa settimana avrei voluto occuparmi di Fermare Il Declino, un movimento libera-liberista assolutamente comune nel mondo ma molto innovativo per quanto riguarda l'Italia; i fatti mi hanno preceduto ma nonostante ciò penso che questo contributo possa comunque avere una qualche utilità.


Fermare Il Declino ["Fid"] rappresenta una novità nel panorama politico-elettorale del Paese, una novità che reputo interessante e ben congegnata, un serio esempio di quel che una destra [in senso moderno] vera e capace [a differenza dell'attuale PdL, composto peraltro più da ex socialisti e comunisti [sic!] che da liberali e liberisti]. In particolare quello di Fid è l'unico programma - elettorale - che scende dall'iperuranio delle idee di società per addentrarsi più nel merito delle azioni da intraprendre per cercare di modificare il nostro Paese: propone già molti numeri, oltre che pure e vaghe idee, annuncia già - pur essendo un "semplice" programma elettorale - quanto si vuole investire in un dato ambito, da dove si vogliono recuperare le risorse e come le si vuole recuperare.
Sebbene avanzi proposte in diversi casi - personalmente - poco o per nulla condivisibili, Fid rappresenta un unicum, assolutamente da apprezzare; apprezzato - sensibilmente - proprio in quel Nord industrial-imprenditoriale che più è avvezzo alle questioni economiche, in specie Lombardia e Veneto.

Un movimento che, però, ha candidato Oscar Giannino come Capolista [e candidato Presidente del Consiglio de facto].

Questa è stata la scelta, l'unica per la verità, che mi ha sempre lasciato perplesso.
Mi ha lasciato perplesso perché se, da un lato, Fid è un movimento che vuole impostare una politica basata sul merito, sulla pulizia e sulla trasparenza - oltre che su competenza e coerenza -  dall'altro Giannino è quel giornalista che negli anni "zero" [ossia la prima decade del secolo] è spesso e volentieri stato - sulla carta stampata così come in televisione - un alfiere di Silvio Berlusconi, di quel Berlusconi che alzava le tasse, non toccava i privilegi, difendeva gli annidamenti della politica. Come può, mi sono sempre chiesto, un sostenitore di un partito così poco liberale come la Casa delle Libertà prima ed il Popolo delle Libertà poi oggi invece sostenere idee molto distanti [nei fatti] da qelle sostenute da Berlusconi ed il suo partito?
Non sarà, forse, per un eccesso di vanità di Giannino?

La mia domanda è sempre rimasta senza una risposta, continuamente messa a confronto con le idee, le proposte concrete e le esternazioni di Fid che piano piano la stavano facendo sopire, sebbene una certa diffidenza - non in Fid bensì proprio in Giannino - non sia mai venuta meno.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni, però, hanno rivoluzionato tutto ciò. La mia domanta s'è prima ridestata e, successivamente, il dubbio nei confronti di Giannino ha trovato - purtroppo - conferma [e dico "purtroppo" perché Fid appariva davvero come una ventata di aria fresca, entrato nell'arena politica in maniera dirompente, mentre ora appare improvvisamente stanco, svuotato; appare svanita quella forza che, nei suoi messaggi, appariva grande e granitica].

Cos'è successo?

E' successo che Giannino si è mostrato per quello che è: un quaqquaraquà.
E' nuociuto a se stesso ma, principalmente, è nuociuto a Fid ed - in senso lato - a tutta la Comunità.

Molti, nel movimento Fermare il Declino, hanno - forse istintivamente - dato la colpa del terremoto a Zingales, un fondatore del movimento tanto quanto Giannino [e, quindi, certo non meno meritevole] che ha avuto il coraggio e la prontezza di dimettersi da Fid quando nessuno gliel'ha chiesto e spontaneamente.
La colpa, invece, è tutta [di quel pirla, diremmo noi milanesi] di Giannino.

Giannino ha mentito consapevolmente e scientemente, tante volte, troppe volte, sostenendo di aver conseguito un master a Chicago, dove era andato a fare un corso di inglese [!] e - pare - nemmeno alla University of Chicago Booth School of Business. Non solo, ha, negli anni, millantato anche di aver conseguito due lauree, italianissime questa volta, in Giurisprudenza ed in Economia.

Tutto falso.

Un mentitore.


Altro non ci sarebbe da aggiungere, ma in realtà c'è.


Davanti a tutto ciò Giannino ha prima dettato, all'agenzia ANSA questa risposta [corsivo e grassetto aggiunto, N.d.A.]:

"Mi hanno detto che in rete c'e' una cosa che gira su un mio presunto master alla Chicago Booth. Vorrei chiarire che su questo c'e' un equivoco. Io il master non l'ho preso alla Chicago Booth. Sono andato a Chicago a studiare l'inglese e cosi' via. Bastava chiederlo e avrei risposto. Lo chiarisco perche' - ha aggiunto - in rete c'e' una cosa che monta. Luigi Zingales insegna alla Chigaco Booth, mi e' capitato di parlarci ed e' uno dei nostri fondatori. Insegna li'. Io sono stato a Chicago da giovane a studiare e - ha concluso - non ho preso il master alla Chicago Booth"

dalla quale discendono una domanda ed una considerazione:
  •  ma come, Zingales è uno dei soci fondatori di Fid, e gli "capitato di parlarci" soltanto? Davvero non lo conosce un pochino di più?

  • E poi, dipingendo una povera furbizia da strada, parla di "equivoco". Un equivoco molto poco involontario, a sentire le parole pronunciate su RepubblicaTV il 5 febbraio scorso ["...Luigi Zingales, che insegna a Chigago dove ho preso il master..."], ancora meno involontario prendendo visione del Curriculum Vitae di Giannino sul sito dell'Istituto Bruno Leoni, prontamente modificato nonappena lo "scandalo è emerso.
E' sparito il master e, ancora più grave, sono sparite le due lauree.


Giannino si è, dunque, presentato ieri alla Direzione di Fermare il Declino dimissionario e l'Organo ha - dopo più di quattro [!] ore di riunione - accolto le sue dimissioni e nominato un nuovo Presidente del movimento, Silvia Enrico.

Una semplice domanda mi sovviene: di fronte ad un caso così eclatante di menzogne, reiterate per anni, erano proprio necessarie quattro ore di riunione per accogliere le [dovute] dimissioni di Giannino?

Inoltre, come mai Giannino ha dovuto [o voluto] aspettare ore e giorni prima di dimettersi? Come mai non ha seguito le orme del suo collega fondatore di Fid Zingales, che si è dimesso immediatamente, non appena scoperta la faccenda?

Perché si è dimesso solo quando costretto a farlo, dai fatti che hanno dimostrato la sua incompatibilità con quella di leader di un movimento con i principi di Fdi?

Eppure ieri sera, ospite de "Le invasioni barbariche", Giannino ha ammesso che le sue bugie su lauree e master sono vecchie di anni, continuativamente ripetute a destra ed a sinistra, tanto che "nel tempo questa cosa si è sedimentata".


Dove sta il così detto "equivoco" in delle bugie dette e ridette per innumerevoli volte, sinanche alla vigilia delle elezioni?


Forse, tanta colpa Zingales non ce l'ha alla fine; forse tanta colpa ce l'ha Giannino, che consciamente e volontariamente si è fatto alfiere - dopo aver abbandonato le insegne storiche di Berlusconi - di un movimento che non poteva rappresentare. Semplice.

Sembra, quindi, che quel dubbio sulla vanità si sia dimostrato fondato; un personaggio ambizioso, Giannino, sicuramente con una certa competenza guadagnata sul campo pratico ma senza particolari capacità [lauree e master - od almeno una laurea - li avrebbe senz'altro conquistati, altrimenti] che ha sentito il bisogno di falsificare il proprio Curriculum Vitae, come il più banale dei falsi dentisti o falsi medici [come quell'Umberto Bossi che, con la prima moglie, fingeva di uscire ogni mattina per andare al lavoro come medico, con tanto di valigetta coreografica e non prima di aver inscenato ben due diverse feste di laurea]. Forse, così, con tre titoli accademici di prestigio finti, si sarà sentito meno solo in mezzo ai tanti titolati accademici [veri] che hanno fondato - con lui - Fondare il declino.



In conclusione, ed in considerazione del gravissimo danno perpetrato nei confronti di Fermare il Declino e della Comunità intera [che, che ne condivida o meno le idee pratiche, ha perso o comunque rischia di perdere un più che valido ed innovatore protagonista della vita Politica, quella vera, italiana], viene in mente una frase che Giannino ha pronunciato in un suo intervento a Milano il 9 febbraio riferendosi al tema del merito [riferendosi al fatto che un parlamentare di Fid - presumibilmente lui stesso - che, in Parlamento, avrebbe urlato ad un rettore di un grande ateneo del Sud [colpevole, ignobilmente, di aver costretto un professore della sua università a ritirare la candidatura con Fid perché egli stesso era - ed è - candidato con il Scelta Civica, ossia Monti, una frase ben specifica ogniqualvolta tale rettore avesse parlato di merito in Aula]... TACI, MISERABILE!




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]