lunedì 21 ottobre 2013

Scelta Civica si spacca: ma nel partito comincia la resa dei conti

                                               


La notizia è arrivata ieri, come un fulmine a ciel sereno ( o quasi ).
Mario Monti, fondatore di Scelta Civica, lascia l'incarico di presidenza del partito e come se non bastasse chiede di passare al Gruppo Misto.

Nonostante le tante ( forse troppe ) frizioni all'interno della formazione politica guidata dal professore, in pochi pensavano ad un epilogo così grave e repentino. 
Ho seguito tutte le fasi del processo di SC, dalle primissime idee sino alla campagna elettorale dello scorso febbraio per proseguire, naturalmente, nell'osservazione del comportamento della neonata compagine politica in parlamento. Pur guardando con simpatia al partito di Monti, nutrivo però alcune perplessità: non certo per le idee, quanto piuttosto per la presenza di ex politici " navigati " all' interno del Senato. 

SC era ( ed è ) un partito con una chiara vocazione liberale. Il primo, dopo tanti anni, a ripercorrere i passi ormai sbiaditi di individui come Einaudi. Tanto per capirci: la famosa RIVOLUZIONE LIBERALE promessa nel '94 dal condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi non ha nulla a che vedere con la profondità storica, filosofica e politica di un concetto così importante. 

L'Agenda Monti, patto su cui è sorta la formazione da lui guidata, marcava alcuni importanti concetti di matrice " liberal ". 
Apertura dei mercati ( alias liberalizzazioni ), abolizione delle Provincie, misure  per la crescita e per l'abbattimento della disoccupazione, riforme inerenti l'efficienza dell'apparato burocratico e sui tempi della giustizia. 
A quanto già detto si aggiungano: misure importanti alla lotta contro la corruzione e all'evasione fiscale, tagli agli sprechi e alle voci di spesa pubblica inutili, rottura dei monopoli e rafforzamento dell'antitrust e stimolo alla concorrenza attraverso incentivi per la creazione di nuove imprese che competano in nuovi mercati. 
Un programma, riportato solo in parte e in grandissima linea, ma tutto sommato condivisibile anche da coloro che in questa corrente politica si potevano non riconoscere. 

Quali sono stati dunque i problemi che hanno portato ad una rottura così improvvisa? Procediamo con ordine. 
In prima battuta il risultato elettorale: chi scrive si aspettava infatti un risultato più roseo. 
Ma sempre chi scrive, al contempo,  non è rimasto totalmente deluso. 
Un partito nato da pochi mesi e rappresentato da un uomo " scomodo " da proporre agli italiani non poteva certo illudersi di raggiungere quel 12% di cui tanto si parlava. Ma se la percentuale inferiore alle aspettative poteva essere uno stimolo per i neo deputati eletti alla Camera " a fare meglio " e a guadagnarsi consensi con il lavoro parlamentare, al Senato la situazione era un pochino differente. Se 
infatti i deputati di SC sono sostanzialmente " nuovi " e frutto di una selezione eseguita con criterio (
vi è un buon equilibrio tra background culturale/professionale e fedina penale) i senatori, al contrario, per ovvie questioni di calcolo dei seggi,  sono stati mischiati con ex parlamentari di lungo corso. Tra questi, inutile dirlo, spicca il nome di Casini che dopo pochi mesi dal risultato elettorale non si fece attendere  con alcune sospette affermazioni http://www.corriere.it/politica/13_aprile_07/cazzullo-con-

Il secondo motivo di rottura è da ricercarsi nella doppia anima di Scelta Civica: quella laica e quella cattolica che ormai da troppo sembrano l'eterna dicotomia interna a qualsiasi partito italiano. La prima è guidata da Italia Futura, associazione fondata da Montezemolo mentre la seconda fa capo alla Comunità di Sant'Egidio guidata da Andrea Riccardi. Il rapporto conflittuale comincio' probabilmente a trapelare pubblicamente quando  Irene Tinagli avanzo' una proposta di legge inerente le coppie gay http://www.huffingtonpost.it/2013/05/30/unioni-gay-scelta-civica_n_3360215.html. Ma forse anche prima, quando venne a meno la candidatura del direttore di gay.tv Alessio De Giorgi.

Terzo punto. Forse il tasto più dolente. 
Una volta formatosi il governo delle larghe intese presieduto da Enrico Letta, viene nominato ministro della Difesa l'ex PdL Mario Mauro in quota Scelta Civica. Mauro, lo ricordiamo, fu  capolista per il Senato in Lombardia con Albertini. 
Il criterio di giudizio di SC circa il Governo Letta era il seguente: " bene le larghe intese per dare stabilità al Paese ma l'appoggio non sia incondizionato. Bisogna avere il coraggio di compiere le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno per stimolare la ripresa". 

Veniamo quindi al punto. 
La legge di stabilità viene votata dalla maggioranza. Mario Monti lamenta che si poteva fare di più circa i provvedimenti in materia di crescita e diminuzione delle tasse ( una stoccata implicita alla questione IMU ) pur essendo comunque moderatamente soddisfatto. Le parole dell'ex premier non passano però inosservate e undici senatori di SC rilasciano una nota congiunta in cui, sostanzialmente, affermano che la legge di stabilità votato in Parlamento è la migliore delle leggi possibili (Casini in testa). Monti a questo punto si sente tradito e decide di lasciare: interpreta infatti questa presa di posizione come una sfiducia nei suoi confronti. 


Come se ciò non bastasse ecco che ritorna Mario Mauro, che spiega come questo sia il migliore dei governi possibili verso il quale nutrire spirito di abnegazione ( venendo meno al criterio di giudizio poco sopra citato ) e sfiduciando ancora una volta Monti stesso. 
Non solo. Mauro, secondo Monti, avrebbe aperto a forze non in linea coi principi e i valori di SC rivolgendosi a membri del PdL/Forza Italia troppo vicini a Berlusconi. 

Per questa serie di ragioni Monti ha deciso, almeno momentaneamente , di lasciare il gruppo. Un'uscita tanto improvvisa quanto rumorosa. Una manovra tattica, che obbliga ad una resa dei conti interna. Adriana Galgano e Irene Tinagli dalle loro pagine FB attaccano e prendono le difese di Monti. 

Bombassei, presidente in carica al posto dell'ex premier, prende la palla al balzo e convoca un assemblea per martedì. Una riunione che si preannuncia " pesante " e non è detto che qualcuno degli undici in Senato non decida di raggiungere il gruppo " congelato " degli Alfaniani capitanati da Mr Cravatta Formigoni. 
Va da sè che nel frattempo qualcosa si muove nell'ombra. Adriana Galgano ha partecipato due settimane fa ad un incontro con Fare per Fermare il Declino mentre Boldrin, il presidente di Fare, spinge nel sottobosco per riunire i liberali di buona volontà. 
Forse questi movimenti diverranno più chiari fra qualche mese ma ad ogni modo tra regolamenti di conti e nuovi orizzonti possiamo dire : " work in progress "


Massimo Incegnieri


( Angelo Alessandro Palmeri )















domenica 13 ottobre 2013

Volare Oh Oh.. Postale Oh Oh Oh Oooh






Le Poste mettono le ali.

No, non si tratta di una nuova possibile campagna promozionale del gestore nazionale del servizio postale, bensì di una curiosa operazione messa in piedi dal Governo italiano per [ri]mettere le mani dentro la compagnia aerea nazionale, Alitalia [oggi C.A.I. s.p.a.].

Il Gruppo Poste Italiane, infatti, entrerà nella compagine sociale di Alitalia con una quota dell'ordine del 10-15% ed un investimento economico di 75 milioni di euro, nell'ambito di un'operazione di aumento di capitale da 300 milioni di euro complessivi che daranno ossigeno alla compagnia sino alla fine dell'anno. Sì, mentre il costo della posta "prioritaria" [prioritaria rispetto a cosa, visto che la posta "ordinaria" non esiste iù?] aumenta di dieci centesimi le Poste ne mettono settantacinque in una società che perde 1,6 milioni al giorno.

Quella di Alitalia è un'operazione che mai avremmo dovuto vedere. Un'operazione nata da un peccato originale, voluto da quel Berlusconi che - nel 2008 - utilizzò la questione della vendita [allora] della Compagnia di Bandiera [statale] ad Air France per meri fini elettorali. Utilizzò i nostri soldi, di tutti, per addossare allo Stato circa 3 miliardi di euro di oneri e fornire una compagnia aerea senza alcun debito a dei "capitani" presunti "coraggiosi", banche e concessionari pubblici, che misero un obolo ciascuno. Della partita, peraltro, fu pure proprio Air France, che entrò come socio maggiore con una quota del 25%. Alla faccia dell'italianità a tutti i costi.

Cinque anni dopo allora, quando - cioè - i soci possono, finalmente, vendere liberamente le proprie quote, ecco che il socio già di maggioranza relativa - Air France - si muove per acquistare le quote degli altri e prendersi Alitalia [come ampiamente prevedibile e già scritto sin dal 2008] ad un prezzo stracciato.
Stracciato specie se paragonato a quello che era disposta a pagare cinque anni fa, ossia un miliardo di euro più l'accollo di tutti i debiti di Alitalia. Oggi potrebbe, invece, portarsi via la compagnia con qualche milioncino.

L'Alitalia di oggi, tra l'altro, non assomiglia alla "nuova Alitalia" che tutti incensavano nel 2008, quanto piuttosto al carrozzone che era la "vecchia Alitalia", quella pubblica, quella sprecona.
Alitalia privata è riuscita - in soli cinque anni - ad accumulare un debito di circa 1,13 miliardi di euro ed a perdere 1,6 milioni di euro al giorno.

Bravi, eh, questi "capitani coraggiosi"?

E lo Stato, che con tanta fatica [e tanti soldi] era riuscito ad uscire da Alitalia, cosa fa? La lascia stare, come dovrebbe fare - ed in genere fa - con le società private?
Assolutamente no. Lo Stato rispolvera il vecchio [ed inutile, davanti all'inettitudine delle nostre classi dirigenti ed imprenditoriali] adagio dell' "italianità" della compagnia aerea nazionale e.. ritorna dentro ad Alitalia, come socio oltre il 10%, tramite un gruppo controllato dal Governo, ossia Poste Italiane.


Insomma, sembrerebbe proprio che dopo cinque anni di "gioco" da parte di mirabolanti privati il giocattolo inizi a ritornare nelle mani del pubblico, di quel pubblico tanto vituperato quando gestisce direttamente le imprese e tanto benvoluto quando le stesse imprese le salva dall'incapacità degli imprenditori [o supposti tali].



Forse, e lo si dice sommessamente, il Governo avrebbe potuto impiegare quei 75 milioni di euro per fare altro, attraverso le Poste oppure autonomamente, magari finanziando un po' la lotta a quell'evasione fiscale che si mangia [e ci ruba] almeno 120 miliardi di euro ogni anno. Molto più di anni di manovre finanziarie.


Ma invece no, le Poste devono mettere le ali [alla faccia dei francesi].




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegneri]