mercoledì 6 luglio 2016

Episode 0 - La saga del Brexit: il percorso in pillole.



Come tutti voi sapranno, il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna ha sancito attraverso un referendum consultivo il suo addio all'Unione Europea.

Una decisione storica, che ha colpito tutti di contropiede.
In effetti, nei giorni precedenti il voto, si respirava un certo ottimismo.
I sondaggi - sempre meno attendibili, in Italia come nel Regno Unito - davano il fronte del remain in vantaggio di circa quattro punti percentuali.
La tragica morte della deputata laburista e pro-remain  J. Cox, assassinata per mano di uno squilibrato, pareva aver scosso gli animi dei cittadini del Regno Unito e ricondotto tutti a più miti consigli.
I mercati stessi, convinti della permanenza britannica nell'Unione, trasudavano ottimismo e la sterlina seguiva un'ascesa sul velluto rosso.
Poi lo shock.
Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto lo si era capito già con i dati provenienti da Newcastle.
Il fronte pro-europeista si pensava molto più consistente, invece la vittoria è risicatissima: circa 1% di scarto.
Il mercato valutario ne risente subito, la sterlina che prima volava a livelli altissimi crolla di botto.
Segue Sunderland, roccaforte operaia e laburista: qui è il leave a trionfare.
Verso le 5.00 di mattina, il verdetto è già ampliamente chiaro: i britannici hanno deciso di abbandonare l'Unione Europea ma probabilmente non è questa la notizia peggiore.
La Gran Bretagna appare infatti una nazione completamente frammentata al suo interno.
La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per rimanere nell'Unione Europea mentre il Galles e l’Inghilterra no.
Tuttavia è il fronte inglese a destare maggior preoccupazione: il 53% ha votato per il leave ma il 46% per il remain.
Londra ha visto trionfare i filo-europeisti con quasi più del 70% di voti.
E’ il caos totale sia in Gran Bretagna, sia sui mercati, sia in Europa sia in tutto il mondo.
Ripercorriamo brevemente le tappe de Brexit.

1. David Cameron e l'indizione del referendum.
Uno dei principali indagati è sicuramente il premier dimissionario David Cameron.
Nel 2013, dinnanzi all'avanzare della marea euroscettica e dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa, Cameron decise di correre ai ripari e di arginare il consenso elettorale verso lo UKIP di Nigel Farage.  In vista vi erano le elezioni europee del 2014, vinte in Gran Bretagna proprio da quest'ultimo con il 27,2% di voti. 
In quel clima teso, con una mossa assai poco lungimirante per un importante leader di partito nonché premier in pectore, Cameron fece propria una proposta programmatica dello UKIP che prevedeva l'indizione di un referendum per stabilire o meno la permanenza del Regno Unito nella UE.
L'intenzione del premier britannico era probabilmente quella di accontentare lo zoccolo euroscettico del suo partito e - magari - togliere un po' di voti al temuto Partito per l'Indipendenza del Regno Unito del vecchio Nigel.
In vista della campagna elettorale britannica del 2015, Cameron promise agli euroscettici che se avessero vinto le elezioni i conservatori si sarebbe svolto il referendum per il Brexit.
A maggio 2015 si verifica il trionfo storico dei tories: ma è l'inizio della fine.

2. La campagna referendaria denominata "Brexit": bugie e ignoranza fanno vincere la paura in un Paese socialmente e generazionalmente spaccato.
Il premier David Cameron si schiera dalla parte del "remain".
Buona parte del partito conservatore si schiera col primo ministro. I laburisti, in gran parte, pure. Il loro leader Corbyn sembra però un fantasma: è pro-remain ma non si sente, non si vede.
Lo si vedrà quando oramai sarà troppo tardi, a poche settimane dal voto.
Cameron non è stupido, sa di aver giocato una partita politica personale su una questione nazionale e sa anche quanto potrebbe costare al suo Paese una improbabile ma possibile vittoria del "leave".
Il dado è però tratto e non resta che giocare la partita.
Il gioco facile è però quello dei fautori del leave. Un tiki-taka sul velluto: assai facile quanto riesci a montare a dovere l’ignoranza, l’insoddisfazione e la paura della gente.
Nigel Farage e Boris Johnson – che nel frattempo è balzato sul carro dei brexiters – macinano consensi, infiammano le platee e promettono il ritorno all’antica gloria britannica.
A farla da padrone sono il tema dell’immigrazione e la riconquista della sovranità britannica. Il principale colpevole del declino economico e sociale britannico, è la perfida tecnocrazia burocrate di Bruxelles che al pari di un parassita sfrutta e risucchia le energie e le risorse del Paese di Sua Maestà. Inutile dire che in realtà il Regno Unito ha ottenuto più diritti che doveri dalla perfida Europa e che i dati forniti dagli euroscettici siano assolutamente manipolati ad arte e non veritieri. Così come pilotata e completamente sballata è la conoscenza che gli elettori a sostegno del “leave” hanno dell’effettivo impegno di Londra all’interno dell’Unione Europea.
Il grosso problema è che il Regno Unito, ed in particolare modo l’Inghilterra, evidenziano una netta contrapposizione sociale. C’è uno scontro generazionale e di scolarizzazione, tra chi è mediamente istruito e giovane e chi invece è poco istruito e più avanti con l’età. La working class, colpita maggiormente dalla crisi di questi anni ha il canino avvelenato e il partito laburista – che avrebbe dovuto spiegare i benefici del remain a quella categoria di elettorato – è stato sicuramente fallimentare nel condurre la missione. Gran parte della classe operaia è quindi convinta che il peggioramento delle proprie condizioni sia dovuta all’Unione Europea e non a problematiche politiche interne.  
Le bugie sugli immigrati non si contano. Ma la balla più colossale la spara Nigel Farage, sostenendo che uscendo dall’Unione Europea il Regno Unito risparmierebbe circa 350 milioni di euro da poter investire nella Sanità Pubblica. Una menzogna che l’ex leader Ukip smentisce in diretta TV il giorno dopo il voto, sbugiardandosi pubblicamente.
3. Il caos politico, economico e finanziario del post-Brexit.
Bugie, percezioni sbagliate, conoscenze errate e tanta demagogia populista unita ad una forte insoddisfazione delle masse decretano la vittoria del Brexit.
Il day-after registra il prevedibile: mercati a picco, borse a picco, sterlina ai minimi, titoli bancari in sofferenza.
L’UE compatta chiede immediatamente di avviare le procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I mercati vogliono certezze, l’Europa non può permettersi ulteriori scossoni data la fragile ripresa ed è necessario non creare pericolosi precedenti per chiunque sia tentato di percorrere la via britannica.
L’articolo 50 diventa il principale protagonista dei giorni post-brexit ma a Londra si prende tempo: Cameron dice che non c’è fretta, si dimette e spiega che ad occuparsi delle trattative per negoziare l’uscita sarà il suo successore a partire da settembre. La verità è che non c’era né un piano A né un piano B. Alle questioni politiche si uniscono quelle tecniche: la procedura per sancire l’addio deve passare dalle Camera dei Comuni e dei Lord oppure ne basta soltanto una? E via scorrendo. Il caos è totale.
Il negoziato previsto dall’art. 50 parte già in salita: Londra vorrebbe mantenere l’accesso al mercato libero dell’Unione ma per farlo dovrebbe accettare tutto il pacchetto compreso quello che prevede la libera circolazione delle persone. Quest’ultimo è un aspetto indigeribile per il Regno Unito, che proprio sulla questione immigrazione ha visto il maggior fattore di trionfo al referendum.
Nel frattempo si consuma la lotta interna al partito conservatore: Boris Johnson, che assaporava la caduta di Cameron per prenderne il posto come leader tories si scopre il “gran trombato” di turno, tradito da chi poco prima lo appoggiava apertamente. Nigel Farage si dimette da leader dello Ukip, per dedicarsi alla sua vita privata senza però dimettersi da europarlamentare con relativo stipendio.  
Il panorama economico/finanziario non lascia trapelare sconti: i fondi immobiliari –fondamentali per l’economia britannica – hanno congelato i rimborsi agli investitori e molte società stanno valutando l’ipotesi di lasciare il Regno Unito verso altri lidi. L’emorragia spaventa il ministro Osborne, al punto tale da spingerlo a ipotizzare un dumping fiscale per attrarre imprese ed investitori stranieri, specialmente cinesi. Ipotesi azzardata, poiché una manovra di questo tipo avrebbe bisogno di parecchi soldi che, al momento, non ci sono.
Ironia della sorte vuole inoltre che il referendum - sospinto anche dalla nostalgia nazionalista  per un Regno Unito più forte fuori dall'Unione Europea - abbia contribuito al formarsi di crepe difficilmente colmabili tra gli stessi Stati che lo compongono. Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per il remain e il primo ministro scozzese - Nicola Sturgeon - ha fatto sapere che farà di tutto per mantenere la Scozia nella UE.
Tradotto in soldoni: Londra si aspetti un secondo referendum per uscire dal Regno Unito.

Massimo Incegnieri






























giovedì 11 febbraio 2016

Le Primarie di Milano qualche giorno dopo: piccole riflessioni su alcuni candidati





Sabato e [specialmente] domenica scorsa si sono svolte le Elezioni Primarie per la scelta del candidato Sindaco della coalizione di centro-sinistra a Milano, in vista delle  prossime Elezioni Amministrative in programma nella tarda primavera.


I candidati, come noto, erano quattro: Francesca Balzani, Giuseppe Sala, Pierfrancesco Majorino e Antonio Iannetta.

Da sinistra, Giuseppe Sala, Antonio Iannetta, Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino

Molto è stato scritto e detto, nelle settimane della campagna elettorale, sui profili, le idee e i programmi dei vari candidati, oltre che sulle ragioni che hanno spinto ciascuno a candidarsi.

Ora, però, le Primarie si sono concluse, con la vittoria di Giuseppe Sala. Il candidato sostenuto da buona parte del Partito Democratico, e "consigliato" dal suo Segretario [e Presidente del Consiglio] Matteo Renzi, è arrivato primo con il 42,2% dei voti [25.593 voti], distanziando Francesca Balzani, fermatasi al 33,8% dei voti [20.510 voti], Pierfrancesco Majorino, al 22,9% [13913 voti], e Antonio Iannetta, allo 0,7% [413 voti].

Sala dunque ha vinto ma non stravinto.


Pur essendo il candidato di punta, sostenuto dalla maggioranza del principale partito della coalizione e supportato da tanti assessori comunali e Ministri, ha conquistato meno voti di Giuliano Pisapia nel 2011 [che aveva allora conquistato circa il 45% delle preferenze, ossia poco più di 30.000 voti], quando l'attuale Sindaco era un candidato di minoranza, non sostenuto dal PD, e i giorni dopo le Primarie risulta essere ancora piuttosto divisivo.

Ma Sala ha meritato questa vittoria? È davvero il candidato preferito dal "Popolo delle Primarie"?
Ebbene, guardando ai risultati pare proprio di no. I due altri candidati "effettivi", Balzani e Majorino, hanno - insieme - raccolto molti più voti di Sala.
Non è un ragionamento preciso, si potrebbe dire, e difatti non significa che se Balzani o Majorino si fossero ritirati il restante, tra i due, avrebbe automaticamente ricevuto tutti i voti dell'altro. Significa invece che i due candidati più "di sinistra" hanno raccolto, insieme, una solida maggioranza di voti [il 56,7%].

Cosa sarebbe successo se Majorino si fosse ritirato in favore di Balzani? Non si può dirlo, come non si potrebbe dire nulla sul contrario.
Quel che è certo, però, è che tra i due candidati "di sinistra" Pierfrancesco Majorino è andato molto peggio di Francesca Balzani.

Analizzando l'andamento della Campagna Elettorale per le Elezioni Primarie, infatti, un dato salta subito all'occhio: Majorino è stato di gran lunga il primo competitor a candidarsi ufficialmente, nel luglio 2015, molti mesi prima di Balzani [candidatasi invece solo nel dicembre 2015] e dello stesso Sala [sempre nel dicembre 2015, dieci giorni prima di Balzani, sebbene fosse stato corteggiato da Matteo Renzi almeno sin dal settembre 2015].
Ebbene, Majorino ha quindi avuto davvero tanti mesi per prepararsi il terreno in vista dello scontro invernale, tanti mesi in cui avrebbe potuto battere la città quartiere per quartiere, centro anziani per centro anziani, associazione per associazione, non diversamente da quanto Giuliano Pisapia fece nell'estate 2010 mentre Stefano Boeri se ne stava ancora tranquillo e a riposo, forte del fatto di essere il candidato supportato dal principale partito della Coalizione [il PD].

Ecco, nonostante la ghiotta occasione, e sebbene già in estate si sapesse che - molto probabilmente - Sala si sarebbe poi candidato con l'appoggio e il supporto del Segretario del principale partito della Coalizione [lo stesso in cui milita Majorino, peraltro], Majorino ha perso tempo, ha fatto la cicala.


Solo dopo l'ufficializzazione della candiatura di Sala, e solo dopo sei mesi dalla sua candidatura, Majorino ha iniziato veramente a muoversi. Peccato che, sceso nella competizione il Commissario Unico di Expo S.p.A., ormai la sua candidatura, "di continuità" con la Giunta Arancione, non fosse più ideale per combatterlo e sconfiggerlo. E non di certo per una mancanza di notorietà: Majorino era [ed è] alla guida di uno degli assessorati più mediatici tra tutti, quello alle Politiche Sociali e Cultura della salute comparendo spessissimo in televisione e sui giornali, giustamente, proprio per questo suo ruolo [si pensi solo alle emergenze sociali dei migranti e dei richiedenti asilo delle ultime due estati, alle attività culturali del Comune nei periodi di ferie invernali ed estive, ai rapporti con il fiorentissimo mondo dell'associazionismo e del volontariato meneghino], benefici mediatici che altri assessorati, come quello al Bilancio, Patrimonio e Tributi non garantiscono affatto, anzi.

Propio per l'inadeguatezza della candidatura "di sinistra" già in campo, Francesca Balzani è stata spinta, e alla fine ha acconsentito, a candidarsi. Perché più indicata a sfidare, con successo Giuseppe Sala.

http://3.citynews-milanotoday.stgy.it/~media/originale/58508260512735/majorino-3-7.jpg
Pierfrancesco Majorino
La differenza di profili, tra Majorino e Balzani, è infatti evidente: politico esclusivamente milanese, sempre rimasto nell'ambiente istituzionale cittadino [le sue uniche esperienze Istituzionali, ad oggi, sono due elezioni a Consigliere Comunale e, a seguito della seconda elezione in Consiglio Comunale, il ruolo di Assessore alle Politiche Sociali, nulla di più], sempre dedito alla politica [che purtroppo lo distolse anche dagli studi universitari, visto che è una brava persona, con indiscusse capacità], scrittore il primo; avvocato [con una bella dose di studi impegnativi e di Esami alle spalle, quindi], Assessore al bilancio al Comune di Genova dal 2007, Parlamentare Europeo nella VII Legislatura [dal 2009 al 2014] durante la quale è stata relatrice del Bilancio europeo [d'immaginabile difficoltà e complessità, molto più di quello di un Comune, per quanto grande], Assessore al bilancio al Comune di Milano dal 2013 e, dal luglio 2015, anche Vicesindaco di Milano [lei però, non il suo collega Assessore Majorino] la seconda.
Insomma, una bella differenza.

Francesca Balzani
Certo, Balzani, nei soli due mesi di campagna elettorale che ha avuto a disposizione, ha ricevuto alcuni importanti endorsement, dal Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, dall'ex candidato alle Primarie 2011 ed ex Assessore Stefano Boeri e, da ultimo, dal Sindaco della città Giuliano Pisapia. Davanti al profilo della candidata e in funzione anche della figura dello sfidante Giuseppe Sala, non penso ci sia da domandarsi molto sul perché Balzani sia riuscita a ottenere tali appoggi che, invece, evidentemente Majorino non ha meritato.



Alla fine, poi, concluse le Primarie e arrivato ultimo tra i candidati "veri", la sera di domenica scorsa [7 febbraio], Majorino ha dichiarato, sulla propria pagina Facebook:

"Oggi è stata una bella giornata di mobilitazione democratica.
Ringrazio tutti e tutte per il sostegno.
Il nostro è un risultato molto buono, anche al di sopra delle aspettative di molti.
Insisterò senza tregua sul terreno della battaglia dei contenuti: riscatto sociale, diritti civili, ambiente, legalità.
".

"Il nostro è un risultato molto buono": arrivare ultimo tra i candidati veri, prendere meno di un quarto dei voti ed essere più distaccato dal secondo di quanto il secondo non sia dal primo sarebbe "un risultato molto buono".
Legittimamente molti sopraccigli potrebbero alzarsi di fronte a un'affermazione del genere.

Nonostante la sua visibilità mediatica sempre più cresciuta, per il suo ruolo Istituzionale, negli ultimi cinque anni, nonostante la sua lunga militanza nella politica locale milanese [che conosce quindi molto bene e in cui è molto consciuto], nonostante la politica sia il suo pane quotidiano [che, quindi, dovrebbe conoscere nel profondo], arrivare ultimo sarebbe "un risultato molto buono".
Arrivare secondo sarebbe stato un risultato molto buono. Arrivare primo, e vincere, lo sarebbe stato. Non di certo arrivare ultimo.

Eppure.


Questa ultima dichiarazione dà proprio la misura del candidato Majorino. Incapace anche di perdere, di riconoscere un evidente, sonoro fallimento [legittimo, perché tutti falliamo molto spesso].

E attenzione, non intendo con tutto questo sostenere che, se Pierfrancesco Majorino si fosse ritirato [nonostante i ripetuti inviti in tal senso], Francesca Balzani avrebbe vinto. Assolutamente.

Francesca Balzani avrebbe dovuto vincere autonomamente, per conto suo, da sola, e non l'ha fatto. Ha perso contro Giuseppe Sala e né lei né i suoi sostenitori possono pensare di dare la colpa a un altro candidato, come molti purtroppo invece fanno: troppo comodo dare la colpa ad altri per i propri fallimenti, molto poco responsabile e ancor meno milanese.

Non riuscire nemmeno a riconoscere, e ad ammettere, una inevitabile, scontata e pesante sconfitta, e ancor di più non riuscire a prevederla e cercare di negarla fino all'ultimo, però, è ancora peggio.



Giuseppe Sala, candidato Sindaco di Milano per la Coalizione di centrosinistra






Angelo Alessandro Palmeri