Come tutti voi sapranno, il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna ha sancito attraverso un referendum consultivo il suo addio all'Unione Europea.
Una decisione storica, che ha colpito tutti di
contropiede.
In effetti, nei giorni precedenti il voto, si
respirava un certo ottimismo.
I sondaggi - sempre meno attendibili, in Italia
come nel Regno Unito - davano il fronte del remain in vantaggio di circa
quattro punti percentuali.
La tragica morte della deputata laburista e pro-remain J. Cox, assassinata per mano di
uno squilibrato, pareva aver scosso gli animi dei cittadini del Regno Unito e
ricondotto tutti a più miti consigli.
I mercati stessi, convinti della permanenza
britannica nell'Unione, trasudavano ottimismo e la sterlina seguiva
un'ascesa sul velluto rosso.
Poi lo shock.
Che qualcosa non stesse andando per il verso
giusto lo si era capito già con i dati provenienti da Newcastle.
Il fronte pro-europeista si pensava molto più
consistente, invece la vittoria è risicatissima: circa 1% di scarto.
Il mercato valutario ne risente subito, la
sterlina che prima volava a livelli altissimi crolla di botto.
Segue Sunderland, roccaforte operaia e laburista:
qui è il leave a trionfare.
Verso le 5.00 di mattina, il verdetto è già
ampliamente chiaro: i britannici hanno deciso di abbandonare l'Unione Europea ma
probabilmente non è questa la notizia peggiore.
La Gran Bretagna appare infatti una nazione
completamente frammentata al suo interno.
La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per
rimanere nell'Unione Europea mentre il Galles e l’Inghilterra no.
Tuttavia è il fronte inglese a destare maggior
preoccupazione: il 53% ha votato per il leave ma il 46% per il remain.
Londra ha visto trionfare i filo-europeisti con
quasi più del 70% di voti.
E’ il caos totale sia in Gran Bretagna, sia sui
mercati, sia in Europa sia in tutto il mondo.
Ripercorriamo brevemente le tappe de Brexit.
1. David Cameron e l'indizione del
referendum.
Uno dei principali indagati è sicuramente il
premier dimissionario David Cameron.
Nel 2013, dinnanzi all'avanzare della marea
euroscettica e dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa, Cameron decise
di correre ai ripari e di arginare il consenso elettorale verso lo UKIP
di Nigel Farage. In vista vi
erano le elezioni europee del 2014, vinte in Gran Bretagna proprio da
quest'ultimo con il 27,2% di voti.
In quel clima teso, con una mossa assai poco
lungimirante per un importante leader di partito nonché premier in pectore,
Cameron fece propria una proposta programmatica dello UKIP che
prevedeva l'indizione di un referendum per stabilire o meno la permanenza del
Regno Unito nella UE.
L'intenzione del premier britannico era
probabilmente quella di accontentare lo zoccolo euroscettico del suo partito e
- magari - togliere un po' di voti al temuto Partito per l'Indipendenza del
Regno Unito del vecchio Nigel.
In vista della campagna elettorale britannica del
2015, Cameron promise agli euroscettici che se avessero vinto le elezioni
i conservatori si sarebbe svolto il referendum per il Brexit.
A maggio 2015 si verifica il trionfo storico dei tories:
ma è l'inizio della fine.
2. La campagna referendaria denominata
"Brexit": bugie e ignoranza fanno vincere la paura in un Paese
socialmente e generazionalmente spaccato.
Il premier David Cameron si schiera dalla parte
del "remain".
Buona parte del partito conservatore si schiera
col primo ministro. I laburisti, in
gran parte, pure. Il loro leader Corbyn sembra però un fantasma: è pro-remain
ma non si sente, non si vede.
Lo si vedrà quando oramai sarà troppo tardi, a
poche settimane dal voto.
Cameron non è stupido, sa di aver giocato una
partita politica personale su una questione nazionale e sa anche quanto
potrebbe costare al suo Paese una improbabile ma possibile vittoria del "leave".
Il dado è però tratto e non resta che
giocare la partita.
Il
gioco facile è però quello dei fautori del leave.
Un tiki-taka sul velluto: assai
facile quanto riesci a montare a dovere l’ignoranza, l’insoddisfazione e la
paura della gente.
Nigel Farage e Boris
Johnson – che nel frattempo è balzato sul carro dei brexiters – macinano consensi, infiammano le platee e promettono il
ritorno all’antica gloria britannica.
A
farla da padrone sono il tema dell’immigrazione
e la riconquista della sovranità
britannica. Il principale colpevole del declino economico e sociale
britannico, è la perfida tecnocrazia burocrate di Bruxelles che al pari di un
parassita sfrutta e risucchia le energie e le risorse del Paese di Sua Maestà. Inutile dire
che in realtà il Regno Unito ha ottenuto più diritti che doveri dalla perfida
Europa e che i dati forniti dagli euroscettici siano assolutamente manipolati
ad arte e non veritieri. Così come pilotata e completamente sballata è la conoscenza
che gli elettori a sostegno del “leave”
hanno dell’effettivo impegno di Londra all’interno dell’Unione Europea.
Il grosso problema è che il Regno Unito, ed in particolare modo l’Inghilterra,
evidenziano una netta contrapposizione sociale. C’è uno scontro generazionale e
di scolarizzazione, tra chi è mediamente istruito e giovane e chi invece è poco
istruito e più avanti con l’età. La working
class, colpita maggiormente dalla crisi di questi anni ha il canino
avvelenato e il partito laburista – che avrebbe dovuto spiegare i benefici del remain a quella categoria di elettorato –
è stato sicuramente fallimentare nel condurre la missione. Gran parte della
classe operaia è quindi convinta che il peggioramento delle proprie condizioni
sia dovuta all’Unione Europea e non a problematiche politiche interne.
Le
bugie sugli immigrati non si contano. Ma la balla più colossale la spara Nigel Farage, sostenendo che uscendo
dall’Unione Europea il Regno Unito risparmierebbe circa 350 milioni di euro da poter investire nella Sanità Pubblica. Una
menzogna che l’ex leader Ukip smentisce in diretta TV il giorno dopo il voto,
sbugiardandosi pubblicamente.
3.
Il caos politico, economico e finanziario del post-Brexit.
Bugie,
percezioni sbagliate, conoscenze errate e tanta demagogia populista unita ad
una forte insoddisfazione delle masse decretano la vittoria del Brexit.
Il
day-after registra il prevedibile: mercati a picco, borse a picco, sterlina ai
minimi, titoli bancari in sofferenza.
L’UE
compatta chiede immediatamente di avviare le procedure per l’uscita del Regno
Unito dall’Unione Europea. I mercati vogliono certezze, l’Europa non può
permettersi ulteriori scossoni data la fragile ripresa ed è necessario non
creare pericolosi precedenti per chiunque sia tentato di percorrere la via
britannica.
L’articolo
50 diventa il principale protagonista dei giorni post-brexit ma a Londra si
prende tempo: Cameron dice che non c’è fretta, si dimette e spiega che ad
occuparsi delle trattative per negoziare l’uscita sarà il suo successore a
partire da settembre. La verità è che non c’era né un piano A né un piano B. Alle
questioni politiche si uniscono quelle tecniche: la procedura per sancire l’addio
deve passare dalle Camera dei Comuni e dei Lord oppure ne basta soltanto una? E via scorrendo.
Il caos è totale.
Il
negoziato previsto dall’art. 50 parte già in salita: Londra vorrebbe mantenere
l’accesso al mercato libero dell’Unione ma per farlo dovrebbe accettare tutto
il pacchetto compreso quello che prevede la libera circolazione delle persone.
Quest’ultimo è un aspetto indigeribile per il Regno Unito, che proprio sulla
questione immigrazione ha visto il maggior fattore di trionfo al referendum.
Nel
frattempo si consuma la lotta interna al partito conservatore: Boris Johnson, che assaporava la caduta
di Cameron per prenderne il posto come leader tories si scopre il “gran
trombato” di turno, tradito da chi poco prima lo appoggiava apertamente. Nigel Farage si dimette da leader dello
Ukip, per dedicarsi alla sua vita privata senza però dimettersi da
europarlamentare con relativo stipendio.
Il
panorama economico/finanziario non lascia trapelare sconti: i fondi immobiliari
–fondamentali per l’economia britannica – hanno congelato i rimborsi agli
investitori e molte società stanno valutando l’ipotesi di lasciare il Regno
Unito verso altri lidi. L’emorragia spaventa il ministro Osborne, al punto tale
da spingerlo a ipotizzare un dumping
fiscale per attrarre imprese ed investitori stranieri, specialmente cinesi.
Ipotesi azzardata, poiché una manovra di questo tipo avrebbe bisogno di
parecchi soldi che, al momento, non ci sono.
Ironia della sorte vuole inoltre che il referendum - sospinto anche dalla nostalgia nazionalista per un Regno Unito più forte fuori dall'Unione Europea - abbia contribuito al formarsi di crepe difficilmente colmabili tra gli stessi Stati che lo compongono. Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per il remain e il primo ministro scozzese - Nicola Sturgeon - ha fatto sapere che farà di tutto per mantenere la Scozia nella UE.
Tradotto in soldoni: Londra si aspetti un secondo referendum per uscire dal Regno Unito.
Massimo Incegnieri
