mercoledì 6 luglio 2016

Episode 0 - La saga del Brexit: il percorso in pillole.



Come tutti voi sapranno, il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna ha sancito attraverso un referendum consultivo il suo addio all'Unione Europea.

Una decisione storica, che ha colpito tutti di contropiede.
In effetti, nei giorni precedenti il voto, si respirava un certo ottimismo.
I sondaggi - sempre meno attendibili, in Italia come nel Regno Unito - davano il fronte del remain in vantaggio di circa quattro punti percentuali.
La tragica morte della deputata laburista e pro-remain  J. Cox, assassinata per mano di uno squilibrato, pareva aver scosso gli animi dei cittadini del Regno Unito e ricondotto tutti a più miti consigli.
I mercati stessi, convinti della permanenza britannica nell'Unione, trasudavano ottimismo e la sterlina seguiva un'ascesa sul velluto rosso.
Poi lo shock.
Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto lo si era capito già con i dati provenienti da Newcastle.
Il fronte pro-europeista si pensava molto più consistente, invece la vittoria è risicatissima: circa 1% di scarto.
Il mercato valutario ne risente subito, la sterlina che prima volava a livelli altissimi crolla di botto.
Segue Sunderland, roccaforte operaia e laburista: qui è il leave a trionfare.
Verso le 5.00 di mattina, il verdetto è già ampliamente chiaro: i britannici hanno deciso di abbandonare l'Unione Europea ma probabilmente non è questa la notizia peggiore.
La Gran Bretagna appare infatti una nazione completamente frammentata al suo interno.
La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per rimanere nell'Unione Europea mentre il Galles e l’Inghilterra no.
Tuttavia è il fronte inglese a destare maggior preoccupazione: il 53% ha votato per il leave ma il 46% per il remain.
Londra ha visto trionfare i filo-europeisti con quasi più del 70% di voti.
E’ il caos totale sia in Gran Bretagna, sia sui mercati, sia in Europa sia in tutto il mondo.
Ripercorriamo brevemente le tappe de Brexit.

1. David Cameron e l'indizione del referendum.
Uno dei principali indagati è sicuramente il premier dimissionario David Cameron.
Nel 2013, dinnanzi all'avanzare della marea euroscettica e dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa, Cameron decise di correre ai ripari e di arginare il consenso elettorale verso lo UKIP di Nigel Farage.  In vista vi erano le elezioni europee del 2014, vinte in Gran Bretagna proprio da quest'ultimo con il 27,2% di voti. 
In quel clima teso, con una mossa assai poco lungimirante per un importante leader di partito nonché premier in pectore, Cameron fece propria una proposta programmatica dello UKIP che prevedeva l'indizione di un referendum per stabilire o meno la permanenza del Regno Unito nella UE.
L'intenzione del premier britannico era probabilmente quella di accontentare lo zoccolo euroscettico del suo partito e - magari - togliere un po' di voti al temuto Partito per l'Indipendenza del Regno Unito del vecchio Nigel.
In vista della campagna elettorale britannica del 2015, Cameron promise agli euroscettici che se avessero vinto le elezioni i conservatori si sarebbe svolto il referendum per il Brexit.
A maggio 2015 si verifica il trionfo storico dei tories: ma è l'inizio della fine.

2. La campagna referendaria denominata "Brexit": bugie e ignoranza fanno vincere la paura in un Paese socialmente e generazionalmente spaccato.
Il premier David Cameron si schiera dalla parte del "remain".
Buona parte del partito conservatore si schiera col primo ministro. I laburisti, in gran parte, pure. Il loro leader Corbyn sembra però un fantasma: è pro-remain ma non si sente, non si vede.
Lo si vedrà quando oramai sarà troppo tardi, a poche settimane dal voto.
Cameron non è stupido, sa di aver giocato una partita politica personale su una questione nazionale e sa anche quanto potrebbe costare al suo Paese una improbabile ma possibile vittoria del "leave".
Il dado è però tratto e non resta che giocare la partita.
Il gioco facile è però quello dei fautori del leave. Un tiki-taka sul velluto: assai facile quanto riesci a montare a dovere l’ignoranza, l’insoddisfazione e la paura della gente.
Nigel Farage e Boris Johnson – che nel frattempo è balzato sul carro dei brexiters – macinano consensi, infiammano le platee e promettono il ritorno all’antica gloria britannica.
A farla da padrone sono il tema dell’immigrazione e la riconquista della sovranità britannica. Il principale colpevole del declino economico e sociale britannico, è la perfida tecnocrazia burocrate di Bruxelles che al pari di un parassita sfrutta e risucchia le energie e le risorse del Paese di Sua Maestà. Inutile dire che in realtà il Regno Unito ha ottenuto più diritti che doveri dalla perfida Europa e che i dati forniti dagli euroscettici siano assolutamente manipolati ad arte e non veritieri. Così come pilotata e completamente sballata è la conoscenza che gli elettori a sostegno del “leave” hanno dell’effettivo impegno di Londra all’interno dell’Unione Europea.
Il grosso problema è che il Regno Unito, ed in particolare modo l’Inghilterra, evidenziano una netta contrapposizione sociale. C’è uno scontro generazionale e di scolarizzazione, tra chi è mediamente istruito e giovane e chi invece è poco istruito e più avanti con l’età. La working class, colpita maggiormente dalla crisi di questi anni ha il canino avvelenato e il partito laburista – che avrebbe dovuto spiegare i benefici del remain a quella categoria di elettorato – è stato sicuramente fallimentare nel condurre la missione. Gran parte della classe operaia è quindi convinta che il peggioramento delle proprie condizioni sia dovuta all’Unione Europea e non a problematiche politiche interne.  
Le bugie sugli immigrati non si contano. Ma la balla più colossale la spara Nigel Farage, sostenendo che uscendo dall’Unione Europea il Regno Unito risparmierebbe circa 350 milioni di euro da poter investire nella Sanità Pubblica. Una menzogna che l’ex leader Ukip smentisce in diretta TV il giorno dopo il voto, sbugiardandosi pubblicamente.
3. Il caos politico, economico e finanziario del post-Brexit.
Bugie, percezioni sbagliate, conoscenze errate e tanta demagogia populista unita ad una forte insoddisfazione delle masse decretano la vittoria del Brexit.
Il day-after registra il prevedibile: mercati a picco, borse a picco, sterlina ai minimi, titoli bancari in sofferenza.
L’UE compatta chiede immediatamente di avviare le procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I mercati vogliono certezze, l’Europa non può permettersi ulteriori scossoni data la fragile ripresa ed è necessario non creare pericolosi precedenti per chiunque sia tentato di percorrere la via britannica.
L’articolo 50 diventa il principale protagonista dei giorni post-brexit ma a Londra si prende tempo: Cameron dice che non c’è fretta, si dimette e spiega che ad occuparsi delle trattative per negoziare l’uscita sarà il suo successore a partire da settembre. La verità è che non c’era né un piano A né un piano B. Alle questioni politiche si uniscono quelle tecniche: la procedura per sancire l’addio deve passare dalle Camera dei Comuni e dei Lord oppure ne basta soltanto una? E via scorrendo. Il caos è totale.
Il negoziato previsto dall’art. 50 parte già in salita: Londra vorrebbe mantenere l’accesso al mercato libero dell’Unione ma per farlo dovrebbe accettare tutto il pacchetto compreso quello che prevede la libera circolazione delle persone. Quest’ultimo è un aspetto indigeribile per il Regno Unito, che proprio sulla questione immigrazione ha visto il maggior fattore di trionfo al referendum.
Nel frattempo si consuma la lotta interna al partito conservatore: Boris Johnson, che assaporava la caduta di Cameron per prenderne il posto come leader tories si scopre il “gran trombato” di turno, tradito da chi poco prima lo appoggiava apertamente. Nigel Farage si dimette da leader dello Ukip, per dedicarsi alla sua vita privata senza però dimettersi da europarlamentare con relativo stipendio.  
Il panorama economico/finanziario non lascia trapelare sconti: i fondi immobiliari –fondamentali per l’economia britannica – hanno congelato i rimborsi agli investitori e molte società stanno valutando l’ipotesi di lasciare il Regno Unito verso altri lidi. L’emorragia spaventa il ministro Osborne, al punto tale da spingerlo a ipotizzare un dumping fiscale per attrarre imprese ed investitori stranieri, specialmente cinesi. Ipotesi azzardata, poiché una manovra di questo tipo avrebbe bisogno di parecchi soldi che, al momento, non ci sono.
Ironia della sorte vuole inoltre che il referendum - sospinto anche dalla nostalgia nazionalista  per un Regno Unito più forte fuori dall'Unione Europea - abbia contribuito al formarsi di crepe difficilmente colmabili tra gli stessi Stati che lo compongono. Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per il remain e il primo ministro scozzese - Nicola Sturgeon - ha fatto sapere che farà di tutto per mantenere la Scozia nella UE.
Tradotto in soldoni: Londra si aspetti un secondo referendum per uscire dal Regno Unito.

Massimo Incegnieri






























giovedì 11 febbraio 2016

Le Primarie di Milano qualche giorno dopo: piccole riflessioni su alcuni candidati





Sabato e [specialmente] domenica scorsa si sono svolte le Elezioni Primarie per la scelta del candidato Sindaco della coalizione di centro-sinistra a Milano, in vista delle  prossime Elezioni Amministrative in programma nella tarda primavera.


I candidati, come noto, erano quattro: Francesca Balzani, Giuseppe Sala, Pierfrancesco Majorino e Antonio Iannetta.

Da sinistra, Giuseppe Sala, Antonio Iannetta, Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino

Molto è stato scritto e detto, nelle settimane della campagna elettorale, sui profili, le idee e i programmi dei vari candidati, oltre che sulle ragioni che hanno spinto ciascuno a candidarsi.

Ora, però, le Primarie si sono concluse, con la vittoria di Giuseppe Sala. Il candidato sostenuto da buona parte del Partito Democratico, e "consigliato" dal suo Segretario [e Presidente del Consiglio] Matteo Renzi, è arrivato primo con il 42,2% dei voti [25.593 voti], distanziando Francesca Balzani, fermatasi al 33,8% dei voti [20.510 voti], Pierfrancesco Majorino, al 22,9% [13913 voti], e Antonio Iannetta, allo 0,7% [413 voti].

Sala dunque ha vinto ma non stravinto.


Pur essendo il candidato di punta, sostenuto dalla maggioranza del principale partito della coalizione e supportato da tanti assessori comunali e Ministri, ha conquistato meno voti di Giuliano Pisapia nel 2011 [che aveva allora conquistato circa il 45% delle preferenze, ossia poco più di 30.000 voti], quando l'attuale Sindaco era un candidato di minoranza, non sostenuto dal PD, e i giorni dopo le Primarie risulta essere ancora piuttosto divisivo.

Ma Sala ha meritato questa vittoria? È davvero il candidato preferito dal "Popolo delle Primarie"?
Ebbene, guardando ai risultati pare proprio di no. I due altri candidati "effettivi", Balzani e Majorino, hanno - insieme - raccolto molti più voti di Sala.
Non è un ragionamento preciso, si potrebbe dire, e difatti non significa che se Balzani o Majorino si fossero ritirati il restante, tra i due, avrebbe automaticamente ricevuto tutti i voti dell'altro. Significa invece che i due candidati più "di sinistra" hanno raccolto, insieme, una solida maggioranza di voti [il 56,7%].

Cosa sarebbe successo se Majorino si fosse ritirato in favore di Balzani? Non si può dirlo, come non si potrebbe dire nulla sul contrario.
Quel che è certo, però, è che tra i due candidati "di sinistra" Pierfrancesco Majorino è andato molto peggio di Francesca Balzani.

Analizzando l'andamento della Campagna Elettorale per le Elezioni Primarie, infatti, un dato salta subito all'occhio: Majorino è stato di gran lunga il primo competitor a candidarsi ufficialmente, nel luglio 2015, molti mesi prima di Balzani [candidatasi invece solo nel dicembre 2015] e dello stesso Sala [sempre nel dicembre 2015, dieci giorni prima di Balzani, sebbene fosse stato corteggiato da Matteo Renzi almeno sin dal settembre 2015].
Ebbene, Majorino ha quindi avuto davvero tanti mesi per prepararsi il terreno in vista dello scontro invernale, tanti mesi in cui avrebbe potuto battere la città quartiere per quartiere, centro anziani per centro anziani, associazione per associazione, non diversamente da quanto Giuliano Pisapia fece nell'estate 2010 mentre Stefano Boeri se ne stava ancora tranquillo e a riposo, forte del fatto di essere il candidato supportato dal principale partito della Coalizione [il PD].

Ecco, nonostante la ghiotta occasione, e sebbene già in estate si sapesse che - molto probabilmente - Sala si sarebbe poi candidato con l'appoggio e il supporto del Segretario del principale partito della Coalizione [lo stesso in cui milita Majorino, peraltro], Majorino ha perso tempo, ha fatto la cicala.


Solo dopo l'ufficializzazione della candiatura di Sala, e solo dopo sei mesi dalla sua candidatura, Majorino ha iniziato veramente a muoversi. Peccato che, sceso nella competizione il Commissario Unico di Expo S.p.A., ormai la sua candidatura, "di continuità" con la Giunta Arancione, non fosse più ideale per combatterlo e sconfiggerlo. E non di certo per una mancanza di notorietà: Majorino era [ed è] alla guida di uno degli assessorati più mediatici tra tutti, quello alle Politiche Sociali e Cultura della salute comparendo spessissimo in televisione e sui giornali, giustamente, proprio per questo suo ruolo [si pensi solo alle emergenze sociali dei migranti e dei richiedenti asilo delle ultime due estati, alle attività culturali del Comune nei periodi di ferie invernali ed estive, ai rapporti con il fiorentissimo mondo dell'associazionismo e del volontariato meneghino], benefici mediatici che altri assessorati, come quello al Bilancio, Patrimonio e Tributi non garantiscono affatto, anzi.

Propio per l'inadeguatezza della candidatura "di sinistra" già in campo, Francesca Balzani è stata spinta, e alla fine ha acconsentito, a candidarsi. Perché più indicata a sfidare, con successo Giuseppe Sala.

http://3.citynews-milanotoday.stgy.it/~media/originale/58508260512735/majorino-3-7.jpg
Pierfrancesco Majorino
La differenza di profili, tra Majorino e Balzani, è infatti evidente: politico esclusivamente milanese, sempre rimasto nell'ambiente istituzionale cittadino [le sue uniche esperienze Istituzionali, ad oggi, sono due elezioni a Consigliere Comunale e, a seguito della seconda elezione in Consiglio Comunale, il ruolo di Assessore alle Politiche Sociali, nulla di più], sempre dedito alla politica [che purtroppo lo distolse anche dagli studi universitari, visto che è una brava persona, con indiscusse capacità], scrittore il primo; avvocato [con una bella dose di studi impegnativi e di Esami alle spalle, quindi], Assessore al bilancio al Comune di Genova dal 2007, Parlamentare Europeo nella VII Legislatura [dal 2009 al 2014] durante la quale è stata relatrice del Bilancio europeo [d'immaginabile difficoltà e complessità, molto più di quello di un Comune, per quanto grande], Assessore al bilancio al Comune di Milano dal 2013 e, dal luglio 2015, anche Vicesindaco di Milano [lei però, non il suo collega Assessore Majorino] la seconda.
Insomma, una bella differenza.

Francesca Balzani
Certo, Balzani, nei soli due mesi di campagna elettorale che ha avuto a disposizione, ha ricevuto alcuni importanti endorsement, dal Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, dall'ex candidato alle Primarie 2011 ed ex Assessore Stefano Boeri e, da ultimo, dal Sindaco della città Giuliano Pisapia. Davanti al profilo della candidata e in funzione anche della figura dello sfidante Giuseppe Sala, non penso ci sia da domandarsi molto sul perché Balzani sia riuscita a ottenere tali appoggi che, invece, evidentemente Majorino non ha meritato.



Alla fine, poi, concluse le Primarie e arrivato ultimo tra i candidati "veri", la sera di domenica scorsa [7 febbraio], Majorino ha dichiarato, sulla propria pagina Facebook:

"Oggi è stata una bella giornata di mobilitazione democratica.
Ringrazio tutti e tutte per il sostegno.
Il nostro è un risultato molto buono, anche al di sopra delle aspettative di molti.
Insisterò senza tregua sul terreno della battaglia dei contenuti: riscatto sociale, diritti civili, ambiente, legalità.
".

"Il nostro è un risultato molto buono": arrivare ultimo tra i candidati veri, prendere meno di un quarto dei voti ed essere più distaccato dal secondo di quanto il secondo non sia dal primo sarebbe "un risultato molto buono".
Legittimamente molti sopraccigli potrebbero alzarsi di fronte a un'affermazione del genere.

Nonostante la sua visibilità mediatica sempre più cresciuta, per il suo ruolo Istituzionale, negli ultimi cinque anni, nonostante la sua lunga militanza nella politica locale milanese [che conosce quindi molto bene e in cui è molto consciuto], nonostante la politica sia il suo pane quotidiano [che, quindi, dovrebbe conoscere nel profondo], arrivare ultimo sarebbe "un risultato molto buono".
Arrivare secondo sarebbe stato un risultato molto buono. Arrivare primo, e vincere, lo sarebbe stato. Non di certo arrivare ultimo.

Eppure.


Questa ultima dichiarazione dà proprio la misura del candidato Majorino. Incapace anche di perdere, di riconoscere un evidente, sonoro fallimento [legittimo, perché tutti falliamo molto spesso].

E attenzione, non intendo con tutto questo sostenere che, se Pierfrancesco Majorino si fosse ritirato [nonostante i ripetuti inviti in tal senso], Francesca Balzani avrebbe vinto. Assolutamente.

Francesca Balzani avrebbe dovuto vincere autonomamente, per conto suo, da sola, e non l'ha fatto. Ha perso contro Giuseppe Sala e né lei né i suoi sostenitori possono pensare di dare la colpa a un altro candidato, come molti purtroppo invece fanno: troppo comodo dare la colpa ad altri per i propri fallimenti, molto poco responsabile e ancor meno milanese.

Non riuscire nemmeno a riconoscere, e ad ammettere, una inevitabile, scontata e pesante sconfitta, e ancor di più non riuscire a prevederla e cercare di negarla fino all'ultimo, però, è ancora peggio.



Giuseppe Sala, candidato Sindaco di Milano per la Coalizione di centrosinistra






Angelo Alessandro Palmeri

giovedì 8 gennaio 2015

"Noi siamo Charlie". Sicuro! Ma.. forse non tutti per davvero.





Ieri, come ormai tutti sappiamo, a Parigi è stato compiuto un assalto alla redazione di un periodico settimanale satirico, Charlie Hebdo. Un assalto spregevole, barbaro, un attentato ignobile, straziante, orrendo. In cui hanno trovato la morte almeno dodici persone.

Hanno trovato la morte persone che esercitavano un loro legittimo, prezioso, fragile e bellissimo diritto: la Libertà.

Libertà, concetto da sempre caro all’Uomo, cui da sempre anela, concetto tra i più, e forse il più, osteggiati nella Storia; concetto che ingenera timore, paura, in quelle persone incapaci di reggere opinioni e idee diverse dalla propria, incapaci di ammettere la possibilità che altre persone si comportino, senza fare male, in maniera diversa da quella che essi ritengono giusta, corretta, appropriata, o che pensano sia stata indicata come tale da Entità diverse o superiori.

Concetto che solo la Storia recente ha visto fatto proprio dalle Comunità, dagli Stati, innalzato a diritto prima e diritto fondamentale poi. Concetto oggi riguardato, protetto, tutelato, e comunque sempre fragile, in pericolo, a rischio di essere ferito così gravemente, come successo ieri.

Ieri dei pazzi psicopatici, ma non per questo incapaci di intendere e di volere, hanno fatto irruzione in una redazione con lo scopo di uccidere, eliminare, con la volontà di punire. Punire persone che non volevano rispettare la volontà di altre persone, che non si piegavano al modo di vivere che altre persone volevano in tutti i modi imporgli.



Sono il Profeta, idiota! - Tappati la bocca, infedele!



Forse, apparentemente, questi assassini assalitori sono musulmani. Un dettaglio, davanti ai termini granitici e senza appello che li descrivono, che però assurge quasi a elemento principale, a caratteristica fondamentale. “Terrorismo di matrice islamica” si dice, solo perché degli efferati psicopatici hanno urlato una frase che chiunque ormai conosce e – magari – sa pure pronunciare decentemente in arabo. Un po’ come se uno, dicendo “ciao”, automaticamente diventasse italiano.

“Ma l’Islam è una religione che incita all’odio!” molti penseranno, o diranno. Chiamo in soccorso la famosa risata da anni dedita alle sepolture, perché nessuna frase – credo – più di questa denota una superficialità e un’ignoranza abissali. L’Islam, come molti – forse però ancora troppo pochi – vanno dicendo, non è una religione che incita all’odio. Sarebbero tutti già morti, e da tempo, questi musulmani se fosse così.


Non è una religione che incita all’odio; non di più che le altre due religioni monoteistiche, Ebraismo e Cristianesimo.

Davvero, farebbe bene provare a leggere – oltre che le Buone Novelle del Vangelo – anche tutta quella parte di Bibbia conosciuta come Antico Testamento, testo sacro dell’Ebraismo e parte del testo sacro Cristiano e Cattolico in particolare, ed in particolare di quei libri come il Levitico.
Si scoprirebbe così che anche quel Dio che noi adoriamo ogni domenica a Messa non è solo un Dio buono e misericordioso, come poi anche Allah è.
È un Dio che sa essere anche cattivo, crudele, vendicativo. Un Dio che non esita a distruggere quanto da Lui stesso creato, a ordinare massacri, a combattere a fianco di alcuni Suoi figli contro altri Suoi figli. Un Dio che non esita a punire coloro i quali non seguono quanto da Lui prescritto, negando quella libertà, quel libero arbitrio, che avrebbe donato all’Uomo.







Si scoprirebbe che è un Dio che sostiene idee per noi oggi aberranti, come quella della posizione di sottomissione, di inferiorità, della donna all’uomo. Si scoprirebbe, leggendola tutta la Bibbia, che è un Dio poi non così diverso da questo Allah che tanto ci fa paura.
Gli stessi cristiani, cattolici, “noi” stessi non ci siamo comportati diversamente da questi terroristi. Abbiamo scatenato guerre, in nome di Dio, abbiamo ordito complotti, lanciato invasioni, ucciso migliaia e migliaia di persone. Non dimentichiamocene.

Abbiamo fatto del male, tanto male. E continuiamo a farlo.

Ogni religione ha i suoi fanatici, i suoi estremisti, i suoi integralisti. Certamente, gli estremisti, gli integralisti cristiani e cattolici non ammazzano; non sempre.
A volte lo fanno ma subito si parla – in quei casi – di “squilibrati”, di “pazzi”. Mai di integralisti, di estremisti. Eppure lo sono, e fanno del male.

Fanno del male tutti i giorni in maniera silenziosa, subdola, costante. Fanno del male ad altre persone che “non la pensano come loro”, facendo sentire sporche dentro donne divorziate, senza neppure avere la decenza di domandarsi, di chiedersi quali ragioni al Mondo le abbiano portate a compiere un passo doloroso come quello, perché semplicemente non esiste – nel loro pensiero – ragione sufficientemente grave per anche solo immaginare la possibilità dello scioglimento di un rapporto tra persone come quello matrimoniale. Fanno del male volendo a tutti i costi far sentire inferiori altre persone solo perché amano in una maniera diversa da quella che loro vogliono – e considerano assoluta – persone diverse da quelle che loro vogliono che amino. Fanno del male ogni volta che, senza pudore, sbattono in faccia ad altre persone la loro supposta e inesistente superiorità, che gli deriva dal seguire – bontà loro – un pensiero autoproclamatosi “La Via, La Verità, La Vita”.



[Matrimonio omosessuae] Il Padre - Il Figlio - Lo Spirito Santo
 


Tante persone fanno del male, anche senza accorgersene; tante persone sono estremisti, integralisti, fanatici, anche se non vestono kefie, passamontagna o mimetiche. Anche se non portano armi visibili al collo o alla cintura. Portano infatti un’arma ancor più pericolosa e micidiale, la parola.


Molti, tutti, in queste ore condividono messaggi di sostegno a Charlie Hebdo, condividendo immagini, figure, pensieri. Alcuni forse sono però un po’ ipocriti in questo; sono quelli che, in occasione della pubblicazione di vignette “spinte” o particolarmente irriverenti, insinuano che la buona creanza suggerirebbe di non pubblicarle, certe cose. Perché infastidiscono il pubblico pudore, la pubblica opinione; il loro pudore, la loro opinione.
Nonostante sappiano benissimo che la satira è irriverente, pungente, è un pugno allo stomaco e, incassato il pugno, serve a far riflettere. Sempre.



Libero infine!
Sopravvissuta grazie alle protesi PIP



 
















Queste persone, forse, farebbero meglio a evitare di esprimere pubblico supporto per un’attività – la libera satira – che loro stessi per primi spesso ostacolano, osteggiano, anche solo non vedono di buon occhio o non condividono. Perché tutto sommato attentano anche loro, con parole soavi e forza gentile, a quella Libertà che ieri è stata attaccata così violentemente. Che riflettano, piuttosto, sui livelli che quel fastidio che loro provano può raggiungere in menti labili, instabili e plagiabili, e sulle conseguenze estreme atroci, schifose, ripugnanti che può generare.


Non pare quindi tanto interessante sapere, in prima battuta, se questi efferati assassini e assalitori, terroristi, siano musulmani, cristiani, ebrei, indù o altro. In prima battuta serve sapere che sono terroristi addestrati e professionisti e che hanno attentato al bene più prezioso che abbiamo. La Libertà di tutti noi.







Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegneri]

mercoledì 7 gennaio 2015

Partita I.V.A.: si ammazza il vitello magro?








La fine dell’anno ha visto la travagliata e bislacca approvazione della Legge di Stabilità [la Finanziaria; ha solo cambiato nome ma è sempre la stessa cosa], contenente, secondo il pensiero del Governo e del suo Capo, riduzioni di tasse per 18 miliardi di Euro.

Forse, magari. Di certo non per le Partite I.V.A.. Anzi.

Se già si sapeva che il 2015 avrebbe portato in dote [salvo sospensioni che comunque non sono arrivate] un sensibile aumento della tassazione per i contributi pensionistici dei lavoratori autonomi iscritti all’INPS [+ 3%, dal 27,72& al 30,72%], il Governo del Fare, quello della Rottamazione, dei Giovani al Primo Posto, quello de “#lavoltabuona”, ha pure ben pensato di dare una ulteriore [enorme] mazzata proprio a quei giovani che – magari – hanno voglia di fare: ha triplicato [sì, triplicato] le tasse per le giovani Partite I.V.A., ossia ragazze e ragazzi sino ai 35 anni che, essendo agli inizi e quindi bisognosi, rientrano nello speciale “Regime dei Minimi” [pensato  proprio per agevolare l’indipendenza economica dei giovani lavoratori autonomi].

Cos’è successo in pratica?
In pratica è successo questo: dallo scorso 1 gennaio qualunque giovane che, volendosi dare da fare in un momento di crisi del lavoro subordinato senza stare ad aspettare la manna dal cielo o i soliti aiutini, deciderà [o, peggio, dovrà] aprire una Partita I.V.A., scoprirà che: [1] dovrà obbligatoriamente versare all’INPS oltre il 30% del suo imponibile [ossia i soldi necessari per vivere, cioè quelli guadagnati tolte le spese del lavoro, ossia quelle per la benzina, il pc, la carta e la stampante, gli strumenti necessari per lo svolgimento della professione] e [2] dovrà pagare allo Stato un ulteriore 15% di tasse.

In totale, cioè, perderà il 45,72% di quello che guadagna, così, senza nemmeno aver ancora acceso la luce. Il Giovane, la Speranza.

In più, lo stesso giovane scoprirà che avesse aperto la sua Partita I.V.A. solo pochi giorni prima, entro il 31 dicembre 2014, avrebbe pagato un terzo di tasse, cioè il 5% al posto che il 15%. Proprio così, un terzo.
In pratica, quindi, sarebbe stato in un regime per cui avrebbe perso "solo" il 35,72% di quanto guadagnato [5% di tasse + 30,72% di contributi previdenziali INPS]. Il 10% in meno.

Bella fregatura? Non è finita qui.


Il regime agevolato dei minimi ha un limite massimo d’età [35 anni come detto] e anche un limite massimo di fatturato [per evitare che uno potesse pagare solo il 5% di tasse pur avendo fatturato, ad esempio, 100.000 €]: 30.000 € lordi [cioè prima della diminuzione dovuta al pagamento di tasse e imposte varie] annui.
Ora, per quanto riguarda gli autonomi [i freelance, ossia molti giornalisti, redattori, traduttori ma anche praticanti avvocati, praticanti notai, praticanti commercialisti, architetti non iscritti all’Ordine, giovani medici, ecc.], il Governo ha deciso di dimezzare questo limite massimo, portandolo a 15.000 € lordi annui [cioè circa 8.000 € netti all'anno.. un po' poco per vivere forse?].
Se uno fattura più di quindicimila Euro esce dal regime dei minimi e paga ancora di più.

La geniale mossa del Governo del Fare e dei Giovani è quindi a tenaglia: da un lato triplica la tassazione e dall’altro dimezza il limite massimo di fatturato per cui si può rientrare nel regime agevolato.

Un bel regalo per l’anno nuovo, con il sorriso, dai Rottamatori per i giovani.
Per quei giovani che non si siedono ad aspettare ma che hanno idee, voglia di fare, di sbattersi e di lavorare anche quando il lavoro non c’è, provando a inventarselo. Certo, sono giovani senza sindacati, senza Landini o Camusso urlanti a difenderli; certo, sono voti che si possono perdere rispetto a quelli dei dipendenti, pasciuti e prezzolati con l’obolo di 80 € mensili. Certo, sono menti – autonome – che il Paese frustra, schifa e prende per il culo [sì, culo] una volta di più.

Magari l’ultima?




Angelo Alessandro Palmeri


sabato 3 gennaio 2015

L'Euro e l'Unione Europea sono figli dell'egoismo e della fiducia. Ed è giusto così.



" L'Euro e l'Europa sono figlie  dell' egoismo ". 
No, non è una provocazione nè tantomeno la solita filastrocca recitata a memoria dagli euroscettici. E' una mia convinta e personale affermazione a difesa del progetto politico europeo e dell'Euro stesso.

La cessione della sovranità monetaria è infatti da definirsi un naturale decorso socio-politico ed economico di portata storica ma, per quanto epocale, assolutamente prevedibile e normale.

Per capire meglio il concetto è necessario fare una piccola premessa, citando semplicemente un nome: Thomas Hobbes. Filosofo politico. 

Thomas Hobbes sosteneva che allo " stato naturale ", ossia in un mondo senza istituzioni e leggi, l'uomo fosse " Homo homini lupus " : un essere egoista, votato all'istinto di sopravvivenza. Immerso in un mondo dove per vivere era necessario competere con altri individui al fine di guadagnarsi le scarse risorse necessarie alla propria sussistenza, egli vivrebbe in un sistema caratterizzato da due sole costanti: la paura e l'incertezza. Per risolvere il problema, la razionalità dell'uomo porta gli individui ad unirsi in società, obbligando ciascuno di essi a rinunciare al proprio diritto relativo all'uso della forza e della violenza e delegandoli ad un' istituzione superiore: un sovrano, in questo caso.

Tutto molto bello. Ma che c'entra questo con  la sovranità monetaria e già che ci siamo anche con quella politica? 

Ci arriviamo subito. 

Il semplice atto di " cedere " ad una terza parte il proprio diritto a difendersi, dovrebbe farci scattare in testa alcuni ragionamenti importanti: in prima battuta torna l'egoismo " ... io rinuncio perchè ho interesse a collocarmi in una situazione migliore rispetto alla precedente ... " e, d'altra parte, attraverso le pieghe dell'egoismo si viene a intravedere un elemento apparentemente in contrasto con lo sfrenato individualismo, ossia la fiducia. La fiducia è la più umana e la più irrazionale forma di collante  tra individui: fidarsi è uno schiaffo all'egoismo, è quasi un gesto intimo attraverso cui si offrono le spalle al nostro interlocutore. Potremmo quindi sostenere che senza fiducia non ci sarebbero  amicizia, amore, commercio, mercato e Stato mentre l'egoista per antonomasia non dovrebbe fidarsi di nessuno ( se non di se stesso ). 

Arriviamo al dunque. 
Ipotizziamo che i precedenti individui della teoria Hobbesiana siano gli Stati europei. 
Fino a metà del secolo scorso, i rapporti statuali si svolgevano all'interno di un'arena politica violenta. Una sorta di " stato naturale ". La Prima e la Seconda Guerra Mondiale costituirono sicuramente l'apice della violenza nel Vecchio Continente. Gli Stati europei, mossi dai propri singoli interessi, finirono per dissanguarsi economicamente, politicamente ed umanamente. 

Ci vollero milioni di morti e di danni incalcolabili per capire che l'unica soluzione al problema fosse quella di un progetto politico unico, che unisse l'Europa in nome di un futuro grande Stato federale. 

Ma da dove cominciare? 

Coloro che sostengono l'idea che l'Unione Europea sarebbe dovuta partire dall'unione politica anzichè dall'unione monetaria peccano di clamorosa ingenuità: parola di europeista convinto. Aldilà dei pochi romantici in buona fede, un discorso di questo genere si scontra con la dura realtà dei fatti: nessuno fa niente per niente. Un' unione politica creata sul nulla è assolutamente inconcepibile, sarebbe preda della più totale anarchia decisionale che a sua volta deriverebbe dai singoli interessi nazionali nonostante la terribile lezione delle due guerre mondiali.

Per arrivare a quel punto, era necessaria la creazione di una forte interdipendenza tra Stati. Qualcosa che incentivasse sin da subito l'accelerazione verso l'unità politica. Non è un caso che i primi accordi furono di natura economico/commerciale: solo attraverso l'abbattimento dei vincoli alla libera circolazione delle merci e delle persone sarebbe stato possibile cominciare la costruzione del sogno europeo. Fu quindi inizialmente l'interesse economico a spingere verso una prima unità gli Stati Europei, ancora sospettosi l'un dell'altro e con qualche rancore non del tutto estinto. E' però ovvio che nessuno avrebbe accettato, date le premesse esposte poc'anzi, di partire con un progetto politico strutturato. 

Tuttavia, un magnifico filosofo come Voltaire, aveva già capito che le differenze potevano essere superate solo in un modo. Ecco cosa scriveva riguardo la Borsa: 

" ... trovate riuniti i rappresentanti di tutte le genti per l'utilità degli uomini. Là l'Ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l'uno con l'altro come se fossero della stessa religione, e danno il nome di infedeli solo a quelli che fanno bancarotta "

Se togliamo le religioni e le sostituiamo con gli Stati europei, il risultato non cambia. E' inizialmente il tempio laico del " dio denaro" ad appianare le differenze: ma anche a far sognare la stabilizzazione e la perpetuazione politica di una situazione simile .

Oggi, in un contesto mondiale sempre più globalizzato, laddove le potenze emergenti mostrano a livello economico una capacità di fuoco straordinaria, c'è ancor più bisogno di unione. Molto probabilmente, quando si pensò all'Euro, gli scenari erano già stati in parte previsti. La cessione della sovranità monetaria può essere letto sia come  un atto di egoismo da parte dei Paesi Europei membri - siamo entrati in una moneta molto più forte rispetto alla Lira che ci mette in condizione di avere una moneta forte come la Germania - sia allo stesso tempo come gesto di fiducia - i Paesi europei più forti e sani hanno deciso di rinunciare alla propria valuta condividendone una con Paesi non proprio virtuosi e legandosi di conseguenza anche alla loro situazione economico/finanziaria. 

Non dimentichiamo, inoltre, che un'unione politica senza prima quella monetaria avrebbe portato ad avere, oltre a valute diverse, anche debiti pubblici diversi e spese pubbiche altrettanto eterogenee. In questo senso l'Euro può considerarsi uno strumento virtuoso, dal momento che l'interdipendenza monetaria porta anche ad una comune politica di contenimento del debito e della spesa. 

A partire dalla crisi del 2008 abbiamo inoltre condiviso idee, opinioni e discussioni tra Paesi membri. Ci sono stati momenti di tensione e sicuramente non mancheranno i motivi per ulteriori frizioni. Ma tutti questi sforzi serviranno per creare, seppur lentemante, una costante integrazione politica: uniti dall'interesse e tenuti insieme dalla fiducia arriveremo a concepire l'Unione Europea come un corpo unico, naturale ed essenziale del quale non potremo più fare a meno.



Massimo Incegnieri

   








mercoledì 31 dicembre 2014

Ritorno al Futuro [e tanti auguri di buon anno!]






È stato perso.. È stato cercato.. Ci è stato chiesto dove fosse finto. Qualcuno ha anche pensato di avvertire Chi L’ha Visto. Ma.. ora è tornato!

Anno 2015, dopo tanta, tantissima acqua passata sotto i ponti [specie di Milano, specie l’anno.. scorso!] ritorna in attività il blog dei due Candidi Angelo e Massimo.. ritorna Candido e il Politico!

Come sempre, com’era una volta, Candido e il Politico si impegnerà a dare uno sguardo a quanto succede a casa nostra, in Italia, e nel resto del condominio, l’Europa, uscendo ogni tanto pure a fare un giro per il quartiere, il Mondo.

Speriamo di poter ancora cogliere il vostro interesse e di accendere la vostra curiosità con le nostre [piccole] fatiche!

Intanto, tantissimi auguri per l’anno nuovo che entra.. che sia felice e scoppiettante!



Angelo e Massimo