mercoledì 27 febbraio 2013

E' la delega,bellezza!




Quelle che seguono sono alcune considerazioni " a caldo " in merito ai recenti sviluppi del confronto a distanza tra Grillo e Bersani.
Data la situazione altamente " liquida " vogliamo proporre una piccola analisi sul rapporto tra leadership, eletti ed elettori nel Movimento Cinque Stelle. 
La nostra valutazione si basa sui fatti attuali e quindi, ovviamente, ne è una semplice interpretazione.
Buona lettura! 



La " rivoluzione " è compiuta.
L'esercito movimentista del generale Grillo Giuseppe è nella stanza dei bottoni.
Il sogno si è avverato per coloro che hanno deciso di delegare la propria rappresentanza al Movimento Cinque Stelle. 
Nulla sarà più come prima, questo è certo. Politologi, sociologi e storici avranno materiale su cui lavorare per gli anni a venire.

Tuttavia per ogni " missione compiuta " se ne apre un'altra : tenere fede agli impegni presi con i propri elettori compatibilmente con i vincoli della realtà nazionale ed internazionale.
Con particolare riferimento al Movimento Cinque Stelle, la sfida nelle vesti di forza di governo causata dall'instabilità in Senato sarà doppiamente difficile. 

Proprio oggi si è aperto un primo importante fronte, fondamentale per capire la tenuta dell'unità del neo-gruppo parlamentare. Pierluigi Bersani, leader del PD e tutt'ora candidato premier del centro-sinistra, ha intuito la possibilità di una probabile intesa aprendo quindi ad una convergenza  di intenti attorno a quelle quattro leggi considerate " moralmente e politicamente " urgenti (sui cui anche i Montiani non avrebbero problemi a votare) 

Tuttavia, perché ciò si realizzi, c'è il concreto bisogno di votare al Senato la fiducia per legittimare perlomeno un governo di minoranza. Grillo però, a quanto pare, pur promuovendo il "modello Sicilia" dove il centro-sinistra legifera e governa la Regione assieme al contributo dei Cinque Stelle, pare affossare quest'idea (perlomeno sulla carta).
Non solo. Il " portavoce " dei Grillini alza la voce e accusa Bersani di essere uno " stalker politico " ed un " morto che parla ". 
L'alzata di scudi dello showman pare però non aver raccolto grande entusiasmo sulla Rete, la piazza per eccellenza della rivolta a Cinque Stelle. Molti infatti chiedono che venga votata la fiducia ad un governo " di minoranza e d'intesa " tanto che si stanno raccogliendo le firme affinché venga presa una decisione in questo senso. Senza alleanze, ovviamente. La notizia giunge addirittura dal Fatto Quotidiano, notoriamente simpatizzante del Movimento Cinque Stelle 

Nonostante il bagaglio ideologico del Movimento sia stato quello delle " democrazia diretta " e della "partecipazione orizzontale", questa prima tegola pone in evidenza i primi grandi " ostacoli " alla dottrina movimentista: la delega e l'accountability ( ossia il dover rendere conto all'elettore del proprio operato ). 
Qualcuno potrebbe obiettare che ben pochi degli eletti nelle precedenti legislature hanno tenuto fede a questo principio: obiezione legittima. Ma aggiungo che, per una forza politica che della trasparenza ai cittadini ha fatto il suo credo, tutto ciò è il minimo che ci si possa aspettare.  

Questo è dunque il più grande bivio di inizio legislatura: comanda il capo o comanda la base che ha votato il Movimento? 
I neo-parlamentari sono legittimati e delegati dal basso, grazie alla fiducia e ai voti dei propri elettori. Contano quindi di più i cittadini  o le decisioni di Beppe Grillo? Un problema di questo tipo non è irrilevante, le conseguenze potrebbero addirittura portare allo smembramento dello stesso gruppo parlamentare. 
Paradossalmente l'accountability dei neo-senatori a Cinque Stelle potrebbe essere richiesta con sorprendente anticipo. In fondo la politica è come la morte: mette tutti sullo stesso piano una volta che si occupano ruoli di potere. Il confine tra " essere diversi da loro " e " essere come loro " è davvero molto labile. 
L'elettorato Grillino, a quanto pare, chiede responsabilità:  saranno capaci i neo-eletti di garantirla?

Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri )


martedì 26 febbraio 2013

La prova di maturità di Grillo e Bersani



Ora che la frittata è fatta, è giunto il momento di interrogarsi su quanto sia necessario fare.

Non mi dilungherò in analisi su meriti, demeriti o colpe.

Il Partito Democratico detiene la maggioranza alla Camera ma non al Senato, dove pur avendo la maggioranza relativa dei seggi non ha ottenuto quel magic number cifrato in 158 seggi. 
Scelta Civica con Monti, pur riuscita ad entrare in Senato, non ha comunque i numeri per supportare la coalizione di centro-sinistra e contribuire a raggiungere l'agognata supremazia a Palazzo Madama.
Il Movimento Cinque Stelle si afferma con forza inaudita e aldilà di ogni possibile previsione costringe Bersani a scendere a miti consigli. 

A sentire Andrea Scanzi, glottologo del movimento Grillino, i toni paiono meno esasperati di quelli sentiti in campagna elettorale. A quanto pare, fra le alte sfere dirigenziali, si comincia a guardare al futuro e a temere sia l'inesperienza degli eletti sia "l'  effetto Scilipoti ". Non a torto, poiché nessuno è immacolato dalle tentazioni ma soprattutto poco si sa dei neo-eletti dello stellato contingente movimentista.

Cosa dovrebbe fare dunque il segretario del PD? Poche cose ma essenziali.
Innanzitutto incontrare sia i rappresentanti Cinque Stelle e lo stesso Mario Monti. 
Chiedere di votare la fiducia a un governo di minoranza con un programma breve ma fondamentale per le sorti del Paese. 
I punti di convergenza esistono, specie su alcune tematiche molto specifiche, care a tutte e tre le formazioni.
Ecco in sintesi le quattro leggi a cui si deve porre subito mano:

1. Legge elettorale  
2. Legge sulla corruzione 
3. Legge sul conflitto di interessi 
4. Taglio ai costi della politica e fine dell'immunità parlamentare

In teoria tutti e tre gli schieramenti dovrebbero essere concordi su questi provvedimenti. 
Lo sforzo deve nascere dal Partito Democratico che dovrà dimostrare una certa capacità contrattuale; è ovvio che questo significa creare un governo di breve termine, al massimo di un anno. Scaduta la durata del periodo di " non belligeranza " , dopo aver completato queste riforme comunemente sentite, si potrà tornare al voto. Forse più tranquilli e con sorprese meno amare provenienti dalle urne. 




Massimo Incegnieri
( Angelo Alessandro Palmeri )




giovedì 21 febbraio 2013

Il Declino si Fermerà?




Questa settimana avrei voluto occuparmi di Fermare Il Declino, un movimento libera-liberista assolutamente comune nel mondo ma molto innovativo per quanto riguarda l'Italia; i fatti mi hanno preceduto ma nonostante ciò penso che questo contributo possa comunque avere una qualche utilità.


Fermare Il Declino ["Fid"] rappresenta una novità nel panorama politico-elettorale del Paese, una novità che reputo interessante e ben congegnata, un serio esempio di quel che una destra [in senso moderno] vera e capace [a differenza dell'attuale PdL, composto peraltro più da ex socialisti e comunisti [sic!] che da liberali e liberisti]. In particolare quello di Fid è l'unico programma - elettorale - che scende dall'iperuranio delle idee di società per addentrarsi più nel merito delle azioni da intraprendre per cercare di modificare il nostro Paese: propone già molti numeri, oltre che pure e vaghe idee, annuncia già - pur essendo un "semplice" programma elettorale - quanto si vuole investire in un dato ambito, da dove si vogliono recuperare le risorse e come le si vuole recuperare.
Sebbene avanzi proposte in diversi casi - personalmente - poco o per nulla condivisibili, Fid rappresenta un unicum, assolutamente da apprezzare; apprezzato - sensibilmente - proprio in quel Nord industrial-imprenditoriale che più è avvezzo alle questioni economiche, in specie Lombardia e Veneto.

Un movimento che, però, ha candidato Oscar Giannino come Capolista [e candidato Presidente del Consiglio de facto].

Questa è stata la scelta, l'unica per la verità, che mi ha sempre lasciato perplesso.
Mi ha lasciato perplesso perché se, da un lato, Fid è un movimento che vuole impostare una politica basata sul merito, sulla pulizia e sulla trasparenza - oltre che su competenza e coerenza -  dall'altro Giannino è quel giornalista che negli anni "zero" [ossia la prima decade del secolo] è spesso e volentieri stato - sulla carta stampata così come in televisione - un alfiere di Silvio Berlusconi, di quel Berlusconi che alzava le tasse, non toccava i privilegi, difendeva gli annidamenti della politica. Come può, mi sono sempre chiesto, un sostenitore di un partito così poco liberale come la Casa delle Libertà prima ed il Popolo delle Libertà poi oggi invece sostenere idee molto distanti [nei fatti] da qelle sostenute da Berlusconi ed il suo partito?
Non sarà, forse, per un eccesso di vanità di Giannino?

La mia domanda è sempre rimasta senza una risposta, continuamente messa a confronto con le idee, le proposte concrete e le esternazioni di Fid che piano piano la stavano facendo sopire, sebbene una certa diffidenza - non in Fid bensì proprio in Giannino - non sia mai venuta meno.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni, però, hanno rivoluzionato tutto ciò. La mia domanta s'è prima ridestata e, successivamente, il dubbio nei confronti di Giannino ha trovato - purtroppo - conferma [e dico "purtroppo" perché Fid appariva davvero come una ventata di aria fresca, entrato nell'arena politica in maniera dirompente, mentre ora appare improvvisamente stanco, svuotato; appare svanita quella forza che, nei suoi messaggi, appariva grande e granitica].

Cos'è successo?

E' successo che Giannino si è mostrato per quello che è: un quaqquaraquà.
E' nuociuto a se stesso ma, principalmente, è nuociuto a Fid ed - in senso lato - a tutta la Comunità.

Molti, nel movimento Fermare il Declino, hanno - forse istintivamente - dato la colpa del terremoto a Zingales, un fondatore del movimento tanto quanto Giannino [e, quindi, certo non meno meritevole] che ha avuto il coraggio e la prontezza di dimettersi da Fid quando nessuno gliel'ha chiesto e spontaneamente.
La colpa, invece, è tutta [di quel pirla, diremmo noi milanesi] di Giannino.

Giannino ha mentito consapevolmente e scientemente, tante volte, troppe volte, sostenendo di aver conseguito un master a Chicago, dove era andato a fare un corso di inglese [!] e - pare - nemmeno alla University of Chicago Booth School of Business. Non solo, ha, negli anni, millantato anche di aver conseguito due lauree, italianissime questa volta, in Giurisprudenza ed in Economia.

Tutto falso.

Un mentitore.


Altro non ci sarebbe da aggiungere, ma in realtà c'è.


Davanti a tutto ciò Giannino ha prima dettato, all'agenzia ANSA questa risposta [corsivo e grassetto aggiunto, N.d.A.]:

"Mi hanno detto che in rete c'e' una cosa che gira su un mio presunto master alla Chicago Booth. Vorrei chiarire che su questo c'e' un equivoco. Io il master non l'ho preso alla Chicago Booth. Sono andato a Chicago a studiare l'inglese e cosi' via. Bastava chiederlo e avrei risposto. Lo chiarisco perche' - ha aggiunto - in rete c'e' una cosa che monta. Luigi Zingales insegna alla Chigaco Booth, mi e' capitato di parlarci ed e' uno dei nostri fondatori. Insegna li'. Io sono stato a Chicago da giovane a studiare e - ha concluso - non ho preso il master alla Chicago Booth"

dalla quale discendono una domanda ed una considerazione:
  •  ma come, Zingales è uno dei soci fondatori di Fid, e gli "capitato di parlarci" soltanto? Davvero non lo conosce un pochino di più?

  • E poi, dipingendo una povera furbizia da strada, parla di "equivoco". Un equivoco molto poco involontario, a sentire le parole pronunciate su RepubblicaTV il 5 febbraio scorso ["...Luigi Zingales, che insegna a Chigago dove ho preso il master..."], ancora meno involontario prendendo visione del Curriculum Vitae di Giannino sul sito dell'Istituto Bruno Leoni, prontamente modificato nonappena lo "scandalo è emerso.
E' sparito il master e, ancora più grave, sono sparite le due lauree.


Giannino si è, dunque, presentato ieri alla Direzione di Fermare il Declino dimissionario e l'Organo ha - dopo più di quattro [!] ore di riunione - accolto le sue dimissioni e nominato un nuovo Presidente del movimento, Silvia Enrico.

Una semplice domanda mi sovviene: di fronte ad un caso così eclatante di menzogne, reiterate per anni, erano proprio necessarie quattro ore di riunione per accogliere le [dovute] dimissioni di Giannino?

Inoltre, come mai Giannino ha dovuto [o voluto] aspettare ore e giorni prima di dimettersi? Come mai non ha seguito le orme del suo collega fondatore di Fid Zingales, che si è dimesso immediatamente, non appena scoperta la faccenda?

Perché si è dimesso solo quando costretto a farlo, dai fatti che hanno dimostrato la sua incompatibilità con quella di leader di un movimento con i principi di Fdi?

Eppure ieri sera, ospite de "Le invasioni barbariche", Giannino ha ammesso che le sue bugie su lauree e master sono vecchie di anni, continuativamente ripetute a destra ed a sinistra, tanto che "nel tempo questa cosa si è sedimentata".


Dove sta il così detto "equivoco" in delle bugie dette e ridette per innumerevoli volte, sinanche alla vigilia delle elezioni?


Forse, tanta colpa Zingales non ce l'ha alla fine; forse tanta colpa ce l'ha Giannino, che consciamente e volontariamente si è fatto alfiere - dopo aver abbandonato le insegne storiche di Berlusconi - di un movimento che non poteva rappresentare. Semplice.

Sembra, quindi, che quel dubbio sulla vanità si sia dimostrato fondato; un personaggio ambizioso, Giannino, sicuramente con una certa competenza guadagnata sul campo pratico ma senza particolari capacità [lauree e master - od almeno una laurea - li avrebbe senz'altro conquistati, altrimenti] che ha sentito il bisogno di falsificare il proprio Curriculum Vitae, come il più banale dei falsi dentisti o falsi medici [come quell'Umberto Bossi che, con la prima moglie, fingeva di uscire ogni mattina per andare al lavoro come medico, con tanto di valigetta coreografica e non prima di aver inscenato ben due diverse feste di laurea]. Forse, così, con tre titoli accademici di prestigio finti, si sarà sentito meno solo in mezzo ai tanti titolati accademici [veri] che hanno fondato - con lui - Fondare il declino.



In conclusione, ed in considerazione del gravissimo danno perpetrato nei confronti di Fermare il Declino e della Comunità intera [che, che ne condivida o meno le idee pratiche, ha perso o comunque rischia di perdere un più che valido ed innovatore protagonista della vita Politica, quella vera, italiana], viene in mente una frase che Giannino ha pronunciato in un suo intervento a Milano il 9 febbraio riferendosi al tema del merito [riferendosi al fatto che un parlamentare di Fid - presumibilmente lui stesso - che, in Parlamento, avrebbe urlato ad un rettore di un grande ateneo del Sud [colpevole, ignobilmente, di aver costretto un professore della sua università a ritirare la candidatura con Fid perché egli stesso era - ed è - candidato con il Scelta Civica, ossia Monti, una frase ben specifica ogniqualvolta tale rettore avesse parlato di merito in Aula]... TACI, MISERABILE!




Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

Candido e il Politico: Elezioni Politiche 2013: in chi ti rispecchi?

Candido e il Politico: Elezioni Politiche 2013: in chi ti rispecchi?: Elezioni Politiche 2013: in chi ti rispecchi?

Quote rosa e meritocrazia



La settimana scorsa in molte parti del mondo si è celebrata la giornata mondiale contro il femminicidio.
Oggi  invece vorrei andare contro un ritornello, all'apparenza progressista e riformatore, ma di fatto conservatore ed esclusivista : stiamo parlando delle quote rosa. 
Il tema delle quote rose è una trappola dalla quale bisogna uscire. E bisogna uscirne al più presto. 
Il problema è infatti molto semplice : si rischia la ghettizzazione delle donne contribuendo a solidificarne il ruolo " secondario " che in Italia ormai è diventato la normalità. 

Il messaggio che deve passare è chiaro e semplice: donne e uomini hanno i medesimi diritti e doveri. 
L'unica distinzione che può essere portata deve essere basata sulle capacità dei singoli.
La soluzione a questo problema sociale ha un nome: si chiama infatti meritocrazia. Pur coscienti del fatto che in Italia sia un vocabolo tutt'ora sconosciuto alla maggioranza dei cittadini ( con una particolare menzione alla nostra classe dirigente ) la meritocrazia è l'unico strumento oggettivo per cercare di cambiare la mentalità dominante: una donna va giudicata per le sue capacità e non perché di sesso opposto a quello maschile.
La " discriminante ", con accezione ovviamente positiva, va infatti compiuta su un aspetto puramente attitudinale e non di genere. 
I movimenti femministi italiani hanno lottato soprattutto su questioni relative alla libertà sessuale e alla libera gestione del proprio corpo: motivazioni giuste e sacrosante senza alcuna ombra di dubbio. Poco però, si può dire, è stato fatto da questi movimenti su tematiche relative alle effettive pari opportunità che, se da un lato sono state implementate dalle deleterie teorie circa le quote rosa, dall'altro non hanno contribuito per nulla a sottolineare l'importanza del merito e della concorrenza ad  armi pari con gli uomini.

Nel dibattito politico, soprattutto con le elezioni alle porte, i partiti fanno a gara a rivendicare il primato tra chi ha  tenuto più posti riservati alle donne. Tutto ciò è svilente: perseverare con l'annosa questione delle " quote rosa " contribuisce soltanto ad incrementare la ghettizzazione del genere e l' errata continuazione della politica di " protezione della specie ". Ragionando per assurdo: se 100 donne meritano più di 100 uomini è giusto che in lista vengano messe 100 donne e 0 uomini ma vale anche il contrario. E' un principio semplice. Vi sono in Scandinavia C.d.A di importanti aziende composti per la maggior parte da donne, peraltro spesso molto giovani. E' vero, parliamo di Paesi un bel po' più evoluti del nostro: tuttavia quello che consente una concorrenza di questo tipo è un sistema educativo che sin dall'infanzia instilla nella testa dei cittadini il concetto di regole, merito e capacità. Senza distinzioni di genere. 
E' per questo motivo che serve un atto di coraggio da parte della nostra politica e delle nostre istituzioni affinché questa corrente di pensiero possa essere portata avanti con forza e con tenacia anche qui in Italia. 
Garantire "posti riservati" alle donne non significa di riflesso assicurarsi elementi di qualità: dipende infatti anche da che tipo di risorse si decide di includere nelle varie istituzioni, sia che esse siano private o pubbliche.
Utilizzando una metafora economica possiamo dire che alcuni posti, assegnati alle quote rosa d'arbitrio, potrebbero essere probabilmente occupati da uomini con risultati anche migliori. In sintesi: la massimizzazione dell'utilità potrebbe essere assicurata in modo più  efficiente da individui di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile.

Non ci vuole un genio. Le classi miste lo dimostrano: a scuola non esistono barriere di genere. Sta a ciascun alunno, maschio o femmina che sia, dimostrare le proprie capacità. Se noi dovessimo scegliere chi assumere in un'azienda ( basandoci unicamente sulla media dei voti) prendendo in considerazione una classe con 25 alunni e 15 posti disponibili e, nel caso in cui ai primi 15 posti per valutazione vi siano donne, è logico assumere queste rispetto agli uomini. Come sarebbe altrettanto corretto fare lo stesso in caso contrario. Nessuna discriminazione quindi: abbiamo valutato in base al merito. Ragionando però con le quote rosa , potrei essere obbligato ad assumere 10 dipendenti maschi capaci e 5 femmine inette.

Il discorso fatto fin qui è stato ovviamente polemico e provocatorio.
Ora, è ovvio che non sia possibile pretendere che da un giorno con l'altro il principio di merito divenga una costante e non l'eccezione. Sarebbe un po' come costruire una casa partendo dal tetto: in poche parole  un'utopia. Si rende ovviamente necessario un periodo di incubazione per garantire alle donne posti " sicuri " lavorando parallelamente sul settore educativo affinché cominci a plasmare la mentalità dei giovani in tal senso. Rimane però il fatto che il ritardo del merito in Italia è vergognoso: ed è ancora più vergognoso il fatto che in un Paese considerato " civile ", all'alba del 2013, si debba ancora parlare di quote rosa. Cambierà qualcosa?

Alla prossima legislatura e ai posteri l'ardua sentenza.



Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri)





Tangenti: in Lombardia peggio di tangentopoli.

Nella relazione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario della Corte dei Conti della Lombardia [ossia nulla di cattocomunista o romano.. spiace molto, Fromigoni, PdL e Lega] estesa dal Procuratore Caruso, la Corte esprime tutto il suo sdegno ed il suo allarme per "La piaga della corruzione, ben più grave rispetto a 20 anni fa, [che] si è ormai annidata nel profondo del tessuto sociale e costituisce un'intollerabile distorsione del sistema" [grassetto aggiunto]

Ancora:
"Nel corso del 2012 l'azione della procura ha riscontrato una serie sconcertante di fenomeni corruttivi e concussivi nella pubblica amministrazione" [grassetto aggiunto],

e poi:

"Va, ancora una volta e con forza, evidenziato come l'attenzione particolare per le patologie dell'azione amministrativa, soprattutto nei casi di fatti di corruzione e concussione, è quanto mai oggi necessaria. Il fenomeno della corruzione è tuttora vivo nella realtà delle amministrazioni pubbliche italiane e presenta preoccupanti elementi di crescita".



Queste sono lame, bombe, di gravità assoluta, che sottolineano una emergenza sociale totale.
 
E' impossibile che chi ha governato per diciotto anni, stabilmente, la Regione Lombardia, [ossia gli odierni PdL e Lega Nord] non fosse a conoscenza del fenomeno, che non gliene sia giunta alcuna notizia, almeno.

E' grave e scandaloso che coloro che hanno governato per 18 anni la Lombardia non abbiano fatto niente, in tutti questi anni, per combattere la corruzione.



Dopotutto, si sa.. "a pensar male si fa peccato..."

giovedì 14 febbraio 2013

Vado al minimo!

Il lavoro è un tema importante.

E' una frase ovvia, banale, con la quale penso che tutti potrebbero concordare senza alcun dubbio o riserva di sorta; è una frase che esprime una verità tale, un concetto così importante da essere inserito addirittura nella Costituzione della Repubblica, non a caso bensì nel primo periodo del primo articolo.

Eppure, nel Paese il lavoro manca e - peraltro - la campagna elettorale se ne occupa molto, anche se non proprio nello specifico ma inserendo il tema all'interno di quello della produttività in generale [a cui, comunque, è strettamente legato]. C'è solo un piccolo dettaglio, però, di cui la politica eligenda ostinatamente non si occupa, proprio riguardo al tema del lavoro: il lavoro dei giovani.

Dei giovani, in generale, questa campagna elettorale sta parlando molto poco, colpevolmente e - forse - consapevolmente, ed ancora meno si occupa del lavoro giovanile. Lavoro giovanile che solitamente [e giustamente, aggiungo] è anche sinonimo di "gavetta", di "formazione", di "apprendimento" ma anche di "retribuzione fatiscente", quando una retribuzione c'è, ovviamente.

Infatti noi giovani, "ragazzi" che entriamo nel mondo del lavoro spesso dopo aver raggiunto livelli di istruzione e specializzazione molto più elevati di quelli in possesso delle nostre madri e dei nostri padri quando al momento del loro ingresso nel mercato lavorativo, finiamo sempre più spesso in quel limbo della "collaborazione" con le imprese, i professionisti ed - addirittura - le amministrazioni pubbliche; insomma, finiamo in un famigerato stage, un tirocinio, ossia una forma di lavoro senza alcuna garanzia e, specialmente, senza alcun obbligo di retribuzione in capo al datore di lavoro [che forse, rispetto a chi lavora gratis per lui,  potrebbe legittimamente riassumere l'antico titolo di "Padrone"].

Ebbene, diverse forze politiche, specie di sinistra, per risolvere anche questo problema sbandierano da settimane la proposta di introdurre il cd. "reddito minimo", ossia una somma di denaro minima che ogni soggetto non può non incamerare e che gli permetta - perlomeno - di sopravvivere durante la ricerca di nuove fonti di reddito. Uno strumento che potrebbe anche spiegarsi come un sussidio tale da fare raggiungere a tutti almeno quella quota di reddito definita minima, nell'attesa che ognuno si stanchi di vivere con "così poco" e si vada a cercare un lavoro. Un sussidio per tutti. Di Stato.

Devo dire che, sicuramente, quella del reddito minimo è un'ottima iniziativa di Stato Sociale [di Welfare State direbbero i ben'informati], di uno Stato Sociale ricco ed opulento, che può permettersi spese che, oggi, noi non possiamo nemmeno sognare. Di certo non si tratta di una soluzione per noi.

E quale sarebbe, allora, una possibile soluzione per chi lavora gratis? Od a 2-300 Euro al mese?

Una soluzione potrebbe essere quella del salario minimo, che non è esattamente un sinonimo del reddito minimo.

Il salario minimo rappresenta, più semplicemente del reddito minimo, il valore minimo di retribuzione sotto al quale un contratto di lavoro non può andare. Non è un'entrata minima "obbligatoria", come sarebbe il reddito minimo, bensì il valore sotto il quale la retribuzione data per l'attività lavorativa prestata non può scendere.

Salario minimo e reddito minimo possono anche coincidere, nel caso particolare in cui una persona tragga il suo reddito solo dal proprio lavoro e questo sia retribuito con una cifra pari a quella del salario minimo. Solitamente, però, se qualcuno ha un qualsiasi tipo di reddito ulteriore, supererà la soglia del reddito minimo garantito.

Guardando fuori dai confini nazionali, sono diversissimi, specie in Europa, i Paesi che vedono una tale tipologia di strumento nel loro Ordinamento; in particolare, lo sono anche i liberalissimi Stati Uniti d'America, ove la cd. minimal wage esiste ed è, ad oggi, pari a $ 7,25/ora.

E' notizia di ieri che l'Amministrazione Obama programma di modificare l'entità e la modalità di calcolo del salario minimo [vedasi il discorso sullo Stato dell'Unione pronunciato dal Presidente Barack Obama in Washington il 12 febbraio 2013], prima innalzandolo di oltre il 20% e fissandolo a $ 9/ora e successivamente legando la sua entità all'aumento del costo della vita [garantendo, così, una sorta di riedizione della "scala mobile" di italiana memoria].
Si può fare, questo? Sì.

Si può introdurre il salario minimo in Italia, senza costi per lo Stato peraltro. Si può introdurlo, renderlo realmente di un ammontare sufficiente al sostentamento della persona ed "incoraggiare calorosamente" i soggetti produttivi ed economici a prenderlo come base per delle offerte già più elevate e non ad uniformare le proprie offerte retributive sul suo valore [appunto, minimo].

Ciò, però, risulta meno "elettoralistico" del reddito minimo, che viene garantito a tutti, indipendentemente dall'intraprendenza e dalla voglia di fare di ognuno.

Meno elettoralistico, sì; una vera tutela per i giovani, però.


Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]

giovedì 7 febbraio 2013

Le "ballOtelli " del Cavaliere




Silvio Berlusconi è uno di quei personaggi da cui ci si aspetta sempre un colpo di genio. 
Il Cavaliere è come lo studente quando viene colto dall'appetito selvaggio: ingerisce la prima cosa commestibile che gli capita sottomano. Berlusconi adotta il medesimo meccanismo: la prima " castroneria " che gli viene in mente ( sollecitata dal ventre molle dell'italiano medio ) la " spara" fuori senza remore.
E così, in piena campagna elettorale, ecco che annuncia la sua nuova proposta choc :  l'abolizione dell' IMU. Ma siccome l'incentivo potrebbe non essere abbastanza aggiunge anche un bonus: ne propone infatti anche il rimborso ai cittadini. 
Dopo quindi (l'auto)gol dell'ICI, targato 2008, Silvio si concede un'importante doppietta come  fosse un Balotelli qualsiasi. 
Resta da capire una cosa: gli italiani si faranno ancora una volta " buggerare" dall'ennesima promessa farlocca?

Sarà il caso di rispolverare alcuni importanti concetti. Innanzitutto il fatto che l'IMU non sia un'invenzione puramente italiana ma un' imposta pagata in tutti gli stati d' Europa. 
Ma non solo. E' dovere ricordare che l'imposta municipale propria è stata reintrodotta tramite decreto dallo stesso governo Berlusconi per far fronte a un bilancio caratterizzato da " buchi " così  grandi che al confronto, un Gruviera, potrebbe apparire come una camera stagna. 
Il governo Monti non fece altro che anticipare di due anni  l'entrata in vigore del decreto la cui attuazione era prevista per il 2014.  
( sopra il link dove poter leggere il suddetto decreto legislativo)

Fatta questa premessa, si vuole porre una domanda. Vi ricordate la famosa promessa che suggellò, tra le altre cose, l'alleanza con la Lega Nord guidata dal nobile Umberto da Giussano? Stiamo parlando ovviamente del famoso federalismo fiscale. Ora, in un'ottica federale, appare abbastanza evidente che debbano essere sopratutto i Comuni a detenere gran  parte delle entrate fiscali all'interno delle proprie casse: un aspetto, questo, tendenzialmente  positivo, poiché si verrebbe ad accrescere un maggior senso di  responsabilità dei vari enti. 
L' IMU infatti rappresenta la principale risorsa da cui un comune possa attingere ai fini del proprio sostentamento: grazie ad essa possono essere implementati, modificati o migliorati tutti quei processi decisionali, operativi e pratici attraverso cui le giunte comunali  possono migliorare l'efficienza delle proprie amministrazioni. Con la soddisfazione, si spera, dei propri cittadini. 

Ora, si può essere d'accordo su un abbassamento del valore dell'imposta. Utopico è però poter pensare non solo di togliere l'IMU ma anche di poterlo restituire. Ma come, si sponsorizza tanto l'autonomia dei vari enti locali eppoi si procede alla rimozione della principale fonte di sostentamento di quest'ultimi? Una attenta e meticolosa riflessione sarebbe quindi necessaria,  fosse anche soltanto  per valutare la coerenza di determinati schieramenti.

Ma veniamo a un punto focale. Ammesso che al Cavaliere riesca una rocambolesca vittoria elettorale, come farà a coprire il vuoto di bilancio lasciato dall'abolizione dell'IMU? Ovviamente una scaltra volpe come il presidente del Milan non lascia nulla al caso. Ed infatti ecco la controproposta: alzare il prezzo di tabacchi, alcolici e giochi. 
Ora,che Berlusconi  fosse un guru del circo mediatico era fuori di dubbio: che fosse però anche un cripto-salutista è sicuramente una notizia inedita. Non esiste infatti  mossa migliore dell'aumento dei prezzi sui " beni di vizio " per disincentivare gli individui dalle "cattive"  abitudini: non è un caso che in Francia le sigarette si paghino assai care proprio in virtù di una politica orientata in questa direzione. 
Se la perdita del potere d' acquisto da parte dei cittadini ha contribuito per conseguenza logica a un calo dei consumi,  è lecito domandarsi, a questo punto, come sia possibile coprire " vuoti " di bilancio (miliardi di Euro, mica noccioline) attraverso una paradossale tassazione che non comporterebbe altro che disincentivare questo tipo di consumi: ulteriore gocciolina nella spirale depressiva. 
Risultato: entrate mancate, nuove tasse e ulteriore sfiducia dei mercati. 
E non ultimo per ordine di importanza: cittadini ridotti ancor più allo stremo, sfiduciati ed arrabbiati. 

Massimo Incegnieri
(Angelo Palmeri ) 


Tombale.

Domenica scorsa, per chi se lo fosse perso, è stato messo in scena, in Milano, il "coupe de theatre" del capo della coalizione di destra, ma non candidato alla Presidenza del Consiglio, Berlusconi.

Parlando di un ipotetico nuovo [!] Contratto con gli italiani ha indicato che in un astratto primo Consiglio dei Ministri espressione della sua coalizione si disporrebbe immediatamente l'abrogazione dell'I.M.U. e la sua integrale restituzione alle famiglie ed ai proprietari ai attività agricole per gli importi pagati nel 2012. Non pago, ha dichiarato che lo stesso Consiglio dei Ministri [ossia il Governo] provvederà alla riduzione degli eletti, in Parlamento così come in Regioni e Comuni [e le Provincie? N.d.A.] nonché alla riduzione dei "costi della politica".

Mi chiedo: di quale Governo parla?

Allo stato attuale un ipotetico Governo che volesse concretizzare queste quattro azioni potrebbe fare ben poco, specie nel corso della sua prima riunione. Vediamo un po':
  1. abrogare l'I.M.U.: purtroppo l'I.M.U. è  disciplinata, da una Legge dello Stato [l. 214/2011], sebbene modificata da un Decreto Legge [govenativo, d.l. 201/2011] che, per la sua natura, necessita di essere convertito in legge in tempi brevi [60 giorni] a pena di scomparire dall'Ordinamento a far data dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale [come se non fosse mai esistito, dunque]. Se anche, quindi, questo ipotetito Governo producesse un decreto legge abrogativo dell'I.M.U., la questione passerebbe alla responsabilità del Parlamento. L'eventuale paternità dell'abrogazione dell'I.M.U. sarebbe, cioè, di quest'ultimo e non del Governo, tanto quanto lo è stata quella della sua modifica, e non potrà mai farsi durante il primo Consiglio dei Ministri.
  2. rimborsare l'I.M.U.: situazione analoga alla precedente; poco può il Governo per decidere e rendere valida e vigente una norma di questo tenore. Il meccanismo, ed i tempi non brevissimi, sono analoghi a quelli necessari per l'abrogazione dell'imposta.
  3. ridurre gli "eletti": significa ridurre il numero dei Parlamentari e dei Consiglieri regionali e comunali; se per gli ultimi non c'è problema diverso è il caso relativo ai Consigli Regionali ed al Parlamento. In questi due casi sono le stesse assemblee che decidono da quanti soggetti essere composte, e ciò vale espressamente per Senato della Repubblica e Camera dei deputati, che godono di una totale autonomia nella propria autodeterminazione [ossia, sono loro a produrre le regole da applicare a loro stessi, ognuno per sé]. Sarebbe impossibile per il Governo agire per modificare il numero dei Parlamentari, perché questa è una funzione riservata al Parlamento stesso. Quindi, il Governo potrebbe anche passare tutte le sue riunioni a discutere della faccenda, senza però poter fare nulla.
  4. ridurre i "costi della politica": in questo caso il Governo qualcosa la può fare. Può ridurre i costi dell'Amministrazione; non della politica. Questo perché, similmente alla questione del numero degli eletti, sono le stesse Assemblee elettive [Senato della Repubblica, Camera dei deputati, Consigli vari] a decidere i propri bilanci. E' il Parlamento che decide quanto può spendere. Non il Governo. Anche in questo caso, dunque, il l'ipotetico Governo di cui si parla non potrebbe, sostanzialmente, agire.
Insomma, le proposte "shock" dello schieramento di Destra non è che non convincano, non possono farlo. Semplicemente perché sono impossibili da attuare così come sono sono proposte.

Il problema, ora, è però un altro.

Che siano possibili od impossibili, le proposte della Destra sono comunque tali: proposte.

Mi chiedo: le proposte della Sinistra?

Dove sono? E specialmente, quali sono?

Il problema è che al momento, "grazie" alla strategia di appeasement [ossia, incasso il colpo e sto arroccato sul mio - sempre minore - vantaggio] ed al bubbone di Monte dei Paschi di Siena, la Sinistra - ed il Partito Democratico in particolare, quale suo componente più grande - è assolutamente ferma. Silente.
Sarebbe il caso che non si parlasse di proposte ridicole od impossibili, non oscurandole od ignorandole bensì potendo parlare d'altro. Di proposte concrete, serie, fondate, reali.

Se, però, chi [forse] è in grado di farle, queste proposte, e di porle all'attenzione della discussione grazie al peso ed alle dimensioni che ha, si rifiuta, di fatto, di partecipare alla campagna elettorale in maniera seria, coinvolta, si è costretti a rimanere con quel che si ha. Proposte ridicole ed impossibili.


Angelo Alessandro Palmeri

[Massimo Incegnieri]