sabato 9 marzo 2013

Moral Hazard



Bisogna porre un freno a ciò che viene definito moral hazard. 
No, non è un film thriller, ma bensì un comportamento eticamente sbagliato che ha causato troppi danni ai cittadini e ai loro risparmi. 
Chi ne sono i responsabili? I manager delle grandi banche: e più queste banche sono " grosse ed importanti " più questa pratica è diffusa. 
Tralasciamo le influenze politiche che stanno dietro alle istituzioni bancarie, affrontiamo in maniera lineare la questione senza perderci ulteriormente nei meandri di questa deformazione istituzionale.

Il problema del moral hazard origina dalla letteratura scientifica proveniente dagli studi assicurativi. 
Applicato al sistema bancario comincia ad acquisire notevole interesse scientifico soprattutto oltre l'Atlantico a seguito del Gramm-Leach-Billey Act (1999) che abrogò il Glass-Steagall Act (1933). 
Quest'ultima legge era nata per dividere le banche commerciali dalle banche d'investimento a seguito della crisi del 1929.
Quando sotto il governo Clinton, nel pieno "boom" dell'economia statunitense di inizio anni '90, si decise di eliminare tale divisione per consentire alle banche di svolgere sia il ruolo tradizionale sia quello d'investimento, ebbero inizio i problemi. 

Non essendoci più la distinzione tra le due funzioni moltissimi manager, su pressione degli azionisti od anche per loro autonoma iniziativa (eventualità che può anche dare luogo a responsabilità nei confronti della banca che amministrano), hanno cominciato a compiere investimenti rischiosi, molto spesso al solo fine scopo speculativo. Queste operazioni non ponevano in considerazione le conseguenze negative che determinate azioni potevano arrecare nei confronti di quei creditori e risparmiatori per nulla interessati a effettuare investimenti. 
Purtroppo importanti gruppi bancari americani (e non solo) hanno preso parte a questo sistema.
Il caso più eclatante è stato sicuramente quello della Lehman Brothers. 

Ma nella pratica, cosa accade? 
I manager e gli azionisti conoscono una semplice regola base: se una banca è troppo grande per fallire verrà salvata. Per un motivo ovvio: non sarà possibile lasciare i creditori e i risparmiatori in mutande! Oltre che al danno economico verrebbe a sollevarsi un problema sociale, quindi non di secondo piano.
I manager faranno perciò investimenti ad alto rischio, coscienti del fatto che se andranno a buon fine  verranno considerati i nuovi grandi " geni " della finanza mentre se falliranno saranno gentilmente accompagnati alla porta , con una sostanziosa buona uscita e tanti cari saluti. 
Una cosa sarà certa: lo Stato salverà la banca (coi nostri soldi) e noi ci accolleremo un altro debito.
Quella che si crea in questo circolo vizioso è la progressiva de-responsabilizzazione dei manager unita a una professionalità sempre meno consistente. 

Ecco perché sarebbe importante introdurre, in Italia così come in tutta l'Unione, la distinzione tra banche commerciali e banche d'investimento.
Lo scopo sarebbe, da un lato, quello di proteggere il denaro dei risparmiatori da usi spregiudicati, e, dall'altro, quello di diminuire le dimensioni delle banche, scorporandone le attività e riducendo i soggetti a rischio garantendo, quindi, una maggiore responsabilizzazione dei dirigenti. 
In questo modo si  ridurrebbe drasticamente il pericolo di moral hazard. 
Non solo.Una maggior accountability dovrebbe essere la prima parola d'ordine dei consigli di amministrazione. Ma questa è un'altra storia.

P.S. - Investire sull'etica professionale non sarebbe una cattiva idea. 

Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri)




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