giovedì 21 febbraio 2013

Quote rosa e meritocrazia



La settimana scorsa in molte parti del mondo si è celebrata la giornata mondiale contro il femminicidio.
Oggi  invece vorrei andare contro un ritornello, all'apparenza progressista e riformatore, ma di fatto conservatore ed esclusivista : stiamo parlando delle quote rosa. 
Il tema delle quote rose è una trappola dalla quale bisogna uscire. E bisogna uscirne al più presto. 
Il problema è infatti molto semplice : si rischia la ghettizzazione delle donne contribuendo a solidificarne il ruolo " secondario " che in Italia ormai è diventato la normalità. 

Il messaggio che deve passare è chiaro e semplice: donne e uomini hanno i medesimi diritti e doveri. 
L'unica distinzione che può essere portata deve essere basata sulle capacità dei singoli.
La soluzione a questo problema sociale ha un nome: si chiama infatti meritocrazia. Pur coscienti del fatto che in Italia sia un vocabolo tutt'ora sconosciuto alla maggioranza dei cittadini ( con una particolare menzione alla nostra classe dirigente ) la meritocrazia è l'unico strumento oggettivo per cercare di cambiare la mentalità dominante: una donna va giudicata per le sue capacità e non perché di sesso opposto a quello maschile.
La " discriminante ", con accezione ovviamente positiva, va infatti compiuta su un aspetto puramente attitudinale e non di genere. 
I movimenti femministi italiani hanno lottato soprattutto su questioni relative alla libertà sessuale e alla libera gestione del proprio corpo: motivazioni giuste e sacrosante senza alcuna ombra di dubbio. Poco però, si può dire, è stato fatto da questi movimenti su tematiche relative alle effettive pari opportunità che, se da un lato sono state implementate dalle deleterie teorie circa le quote rosa, dall'altro non hanno contribuito per nulla a sottolineare l'importanza del merito e della concorrenza ad  armi pari con gli uomini.

Nel dibattito politico, soprattutto con le elezioni alle porte, i partiti fanno a gara a rivendicare il primato tra chi ha  tenuto più posti riservati alle donne. Tutto ciò è svilente: perseverare con l'annosa questione delle " quote rosa " contribuisce soltanto ad incrementare la ghettizzazione del genere e l' errata continuazione della politica di " protezione della specie ". Ragionando per assurdo: se 100 donne meritano più di 100 uomini è giusto che in lista vengano messe 100 donne e 0 uomini ma vale anche il contrario. E' un principio semplice. Vi sono in Scandinavia C.d.A di importanti aziende composti per la maggior parte da donne, peraltro spesso molto giovani. E' vero, parliamo di Paesi un bel po' più evoluti del nostro: tuttavia quello che consente una concorrenza di questo tipo è un sistema educativo che sin dall'infanzia instilla nella testa dei cittadini il concetto di regole, merito e capacità. Senza distinzioni di genere. 
E' per questo motivo che serve un atto di coraggio da parte della nostra politica e delle nostre istituzioni affinché questa corrente di pensiero possa essere portata avanti con forza e con tenacia anche qui in Italia. 
Garantire "posti riservati" alle donne non significa di riflesso assicurarsi elementi di qualità: dipende infatti anche da che tipo di risorse si decide di includere nelle varie istituzioni, sia che esse siano private o pubbliche.
Utilizzando una metafora economica possiamo dire che alcuni posti, assegnati alle quote rosa d'arbitrio, potrebbero essere probabilmente occupati da uomini con risultati anche migliori. In sintesi: la massimizzazione dell'utilità potrebbe essere assicurata in modo più  efficiente da individui di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile.

Non ci vuole un genio. Le classi miste lo dimostrano: a scuola non esistono barriere di genere. Sta a ciascun alunno, maschio o femmina che sia, dimostrare le proprie capacità. Se noi dovessimo scegliere chi assumere in un'azienda ( basandoci unicamente sulla media dei voti) prendendo in considerazione una classe con 25 alunni e 15 posti disponibili e, nel caso in cui ai primi 15 posti per valutazione vi siano donne, è logico assumere queste rispetto agli uomini. Come sarebbe altrettanto corretto fare lo stesso in caso contrario. Nessuna discriminazione quindi: abbiamo valutato in base al merito. Ragionando però con le quote rosa , potrei essere obbligato ad assumere 10 dipendenti maschi capaci e 5 femmine inette.

Il discorso fatto fin qui è stato ovviamente polemico e provocatorio.
Ora, è ovvio che non sia possibile pretendere che da un giorno con l'altro il principio di merito divenga una costante e non l'eccezione. Sarebbe un po' come costruire una casa partendo dal tetto: in poche parole  un'utopia. Si rende ovviamente necessario un periodo di incubazione per garantire alle donne posti " sicuri " lavorando parallelamente sul settore educativo affinché cominci a plasmare la mentalità dei giovani in tal senso. Rimane però il fatto che il ritardo del merito in Italia è vergognoso: ed è ancora più vergognoso il fatto che in un Paese considerato " civile ", all'alba del 2013, si debba ancora parlare di quote rosa. Cambierà qualcosa?

Alla prossima legislatura e ai posteri l'ardua sentenza.



Massimo Incegnieri
(Angelo Alessandro Palmeri)





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